Si votava per circoscrizioni, e nelle tante ben nutrite liste era quasi impossibile non trovare una persona nota o un conoscente, se non addirittura un amico o un parente.
Oggi, a chi intendesse tradire il fedele materasso per le false ammiccanti promesse delle infedeli urne, la misera scheda altro non saprà offrire che uno scarno elenco di nomi prescelti dal comitato centrale d’un partito, fermamente intenzionato a prender possesso dell’intero Parlamento per sostituirsi a quei rappresentanti del popolo sovrano di cui parla invece la Costituzione. Che ai partiti vieta persino l’ingresso in aula, per lasciar posto ai gruppi parlamentari.
Certo:, chi neppure avesse sentito nominare quegli ignoti candidati al bar, potrebbe magari averli intesi parlar e sparlare in qualche passerella televisiva, ed essersi comunque ripromesso di votarne uno: il suo preferito. Ma non può: perché il suo idolo potrebbe essersi candidato in dieci differenti collegi, e in caso di vittoria plurima dovrà necessariamente sceglierne uno, lasciando i restanti nove nelle mani del secondo arrivato: illustre ignoto, eletto senza il suo voto!
Pazienza, dirà tra sé e sé il disertore delle materassiche domenicali sofficità: se non mi sarà concesso di eleggere un mio rappresentante in Parlamento, potrò se non altro votare il partito che più mi aggrada!
Impossibile anche quello. Tanto il melonellum che il rosatellum costringono i partiti ad ammucchiarsi in mal apparecchiate coalizioni, annacquandosi l’un l’altro e rinunciando di fatto ad esprimere non soltanto un programma, ma persino un obiettivo di massima che non sia quello di «evitare che vinca l’avversario». Partendo dall’indimostrata ipotesi che l’avversario debba necessariamente essere infinitamente peggiore di chi, senza miglior motivazione, ambirebbe prenderne il posto.
Come dire all’elettore: se la tua vecchia auto ti dà qualche problema, dalla a me che ti do in cambio la mia.
E pazienza se l’altrui trabiccolo dovesse rivelarsi ancor più malmesso del precedente.
Detto ciò, nulla sembra fermare l’aspirante e volenteroso elettore! Se è vero che l’articolo 48 della Costituzione è stato di fatto cancellato per metà («Il voto è personale ed eguale, libero e segreto») resta pur sempre l’altra metà: «Il suo esercizio è dovere civico». Ed io, che civilizzato lo sono, votare io voglio!
Così, incurante del materasso in lacrime, si avvia verso il seggio desolatamente deserto. Afferra con le mani scheda e matita, scosta i dozzinali tendaggi della spoglia cabina, osserva il supponente fazzolettone di pessima carta e si accinge a tracciare su di esso una croce. Su un nome, trovandolo. O sull’intera scheda, schifandola.
Ed è proprio pensando a lui, al ligio e coscienzioso cittadino pronto a fingere d’aver votato piuttosto che incicciare la folta schiera degli astenuti (per la gioia di chi vorrebbe che a votare ci andassero in dieci, se non in uno) che appisolati sui nostri alti e nubiformi spalti, abbiamo ritenuto opportuno redigere il seguente:
MANUALE DI VOTO PER LE (non così) PROSSIME ELEZIONI PARLAMENTARI DEL VOSTRO STIVALE
Art. 1 – Andate a votare. Anche e soprattutto se non sapete per chi votare. L’astensione è anch’essa un voto. Ormai pressoché maggioritario. Ma se gli elettori non vanno alle urne, i prezzolati dai partiti ci vanno eccome, e continuano ad eleggersi tra di loro. Un non-votante in cabina è utile anch’esso: è come uno spettatore che invada il campo da gioco nel bel mezzo della partita. Non cambierà il risultato, ma farà da sveglia ai troppi che dormono in tribuna.
Art. 2 – Com’ebbe a scrivere Eugenio Montale nel 1925, anch’egli alle soglie di un nascente Fascismo, se non è in alcun modo permesso esprimere a chiare lettere chi siamo e cosa vogliamo, niente e nessuno può tuttavia impedirci di gridare chi non siamo e cosa non vogliamo.
Eliminiamo con una matita immaginaria tutto quel che sulla scheda desta in noi repulsione e disgusto, e apponiamo una croce su quel che resta.
Turarsi il naso, come si diceva una volta. Quando ancora non era indispensabile, per saggia maggior prudenza, turarsi ogni altro umano orifizio.
Art. 3 – Strappate via dalla mente le trite e consunte etichette destra, centro, sinistra, nate nel 1848 e defunte nel Terzo Millennio, e attaccateci invece le nuove: conservazione, rivoluzione, progresso.
Ci sono le «destre» al governo, e si azzannano tra di loro: destre liberalconservatrici contro destre rivoluzionarie.
Ci son le «sinistre» all’opposizione, e si azzannano con maggior vigore: sinistre conservatrici (delle posizioni conquistate) contro sinistre rivoluzionarie (a caccia di «extraprofitti» da depredare e di immobili da occupare).
C’è anche un «centro», in cerca di voti, e – nel suo piccolo – non manca d’azzannarsi anch’esso: centro progressista (eurofederalista e liberaldemocratico) contro un centro assai più malleabile e opportunista, conservatore ad oltranza di se stesso, sempre pronto a saltar sul carro del vincitore.
Votate col cervello ben ancorato al Duemilaventisette: o conservazione, o rivoluzione o progresso.
Art. 4 – Diffidate da quelle che i giornali chiamano «mancette elettorali», ma che i pescatori chiamano «esca», o meglio ancora «brumeggio». Vi offrissero pure cento euro con una mano, l’altra è già pronta a sfilarvene duecento. Ad urne chiuse, s’intende. Qualsiasi beneficio possano promettervi, una sola cosa è sicura: sarà pagato con i soldi vostri: incassati con le tasse, le imposte, le contravvenzioni, le espropriazioni, i sequestri... E in mancanza di introiti: a debito.
A vostro debito. S’intende.
Art. 5 – Se possedete particolari inclinazioni artistiche, e non trovate sulla scheda un solo nome degno del vostro voto, non esitate a decorare la scheda con simboli, segni, disegni, sputacchioni, versi, ritratti, preghiere, imprecazioni o quel che vi pare. Farete sempre minor danno che non sbombolettando i muri d’una scuola. E se è vero che esistono artisti capaci di vendere a un quarto di milione una banana appiccicata al muro con un nastro telato da cinque centimetri, chi potrà mai sostenere che un vostro scarabocchio che attraversi o perfori la scheda possa valer meno d’un voto farlocco regalato a un candidato farlocco per la gloria (e le casse) di un partito farlocco?
Un meritato pernacchio varrà pur sempre di un immeritato pennacchio.
O no?

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