— Ho già vinto! Anzi, no: vincerò tra dieci giorni. Negozino, o sarò il loro incubo! Questo il grido di vittoria del Ciuffo di Washington, farcito di avvisi e di minacce come un grido di vittoria non dovrebbe invece mai essere. Un vero vincitore non sommerge mai di male parole lo sconfitto. Se il nemico ha ben combattuto gli rende piuttosto l’onore delle armi. Se è stato distrutto, gli porge una mano per aiutarlo a risollevarsi, come già in Europa con il piano Marshall. Le strilla del frastornato ottuagenario dittatore USA&getta suonano alle orecchie del mondo più come un grido di rabbia che non di vittoria. Non ci è dato vedere, in America, le strade cittadine invase dalla popolazione vittoriosa in festa, né in Iran maree di disperati che strisciano affamati tra le macerie. Quel che invece è dato osservare non è che un vecchio pollastro dal ciuffo un tempo arancione che saltella tra un insulto, un missile ed un indice di Borsa, al solo fine di accumulare dollari svaluta...
Nessuno si lecchi i baffi prima del tempo. Nessuno si intesti una vittoria che non è la sua. Consideri piuttosto le ragioni dell’altrui sconfitta. Quando in un referendum costituzionale la scelta è tra la conservazione e il regresso, tanto i conservatori che i progressisti votano entrambi per la conservazione. I primi per convinzione, i secondi perché uno status quo è sempre e comunque meglio di dieci passi indietro. Ciò nonostante, in un campo largo che è in realtà un mosaico di aiuole casualmente confinanti, adorne qualcuna di splendide piante ma alquanto rinsecchite, altre di troppo teneri virgulti, altre ancora di sole erbacce, c’è chi salta più d’un Tajani nel tentar d’acchiappar con mano il sol dell’avantieri ed impadronirsene non per proprio merito, ma per altrui demerito. Non funziona così, in politica. Un autogol può determinare l’esito di una partita, ma non per ciò regala lo scudetto alla squadra avversaria, che a rete sarebbe meglio ci andasse con i propr...