Immaginiamo che Trump sia un ragazzetto che ripete per la terza volta la terza media, e gli sia saltato il vezzo di malmenare un bimbo di quarta elementare per rubargli cuffiette e telefonino. Due volte più grosso, si introduce nella classe accanto ed acchiappa il malcapitato per il collo. Inaspettatamente, la piccola vittima reagisce. Trump, non contento di esser lui di gran lunga il più forte, si indigna di fonte a tanto non previsto coraggio (la sola virtù che spaventa i codardi) e chiede aiuto ai compagni delle medie che, sdegnati, non si uniscono all’azione criminosa. — Ma come! Non eravate i miei amici? — si inalbera il trumpoteppista. — Proprio perché lo siamo è nostro dovere tentar di distoglierti dal compiere un’azione tanto vigliacca e rivoltante. Ma se proprio ci tieni, trova la forza e il coraggio per portarla a termine da te. Quanto a noi, faremo finta di non vedere. — Non siete miei amici, allora! E mai più lo sarete! Non so che farmene di amici com...
— Ho già vinto! Anzi, no: vincerò tra dieci giorni. Negózino, o sarò il loro incubo! Questo il grido di vittoria del Ciuffo di Washington, farcito di avvisi e minacce come un grido di vittoria non dovrebbe invece mai essere. Un vero vincitore non sommerge di male parole lo sconfitto. Se il nemico ha ben combattuto gli rende piuttosto l’onore delle armi. Se è stato annientato, gli porge una mano per aiutarlo a risollevarsi, come già in Europa con il piano Marshall. Le strilla del frastornato ottuagenario dittatore USA&getta suonano alle orecchie del mondo come un grido di rabbia, piuttosto che di vittoria. Non ci è dato vedere, in America, strade cittadine invase dalla popolazione vittoriosa in festa, né in Iran maree di disperati che si trascinano affamati tra le macerie. Quel che invece è dato osservare è solo un vecchio pollastro dal ciuffo (un tempo) arancione che saltella tra un insulto, un missile ed un indice di Borsa, al solo fine di accumulare dollari svalutati s...