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Pulizie di primavera

C’era una volta, in Italia, tra l’VIII secolo e il 1870, lo Stato della Chiesa: un regime teocratico fattosi monarchia assoluta che, dalle coste laziali, si estendeva fino all’Adriatico, includendo la Romagna, l’Umbria, le Marche. Un’estensione pari al doppio dell’odierno Stato di Israele.  I peccatori non dovevano attendere l’Inferno, per averne un assaggio già su questo mondo, e la pena di morte era largamente praticata.  Sembrava che niente e nessuno potesse sconfiggere quel grande regno che spaccava in due lo Stivale, dotato di immense risorse finanziarie e spalleggiato da potenti alleati.  Storia, religione, denaro, potere e geografia non impedirono tuttavia alla neonata monarchia sabauda, nel 1870, di conquistarlo ed annetterlo al nuovo Regno d’Italia.  L’antico Stato dei Papi sarebbe risorto soltanto nel 1929, sotto il nome di Stato del Vaticano. Con un  territorio centomila volte più piccolo (0,44 kmq in luogo di 44.000), ma non per questo meno influente...
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Prova microfono

Sul palco di Sanremo l’avrebbero forse definito una prova microfono, l’attacco a sorpresa lanciato poche ora fa dall’aviazione israeliana a Teheran, mentre l’orchestra navale trumpiana accorda gli strumenti al largo tra Mar d’Arabia e Golfo Persico.  Si tratta di un attacco mirato, principalmente indirizzato sui palazzi presidenziali iraniani, concordato con le forze USA e in purissimo stile Trump: ossia doppiamente vigliacco. Non soltanto perché il Pannocchia manda avanti ancora una volta il minuscolo Stato ebraico, ma anche (e soprattutto) perché sferrato in pieno Ramadan: l’equivalente di un attentato terroristico in Occidente la notte di Natale. Qualche minuto fa, in un discorso ufficiale, Trump ha apposto la propria firma sull’operazione militare, intestandosela. L’allievo è americano, ma la scuola è quella di Putin: finto tavolo di pace con musica di missili e urla di dolore.  Lento, lentissimo il tavolo; veloci, velocissimi i missili.  A poche ore dall’attacco ness...

Il bue e l’asinello

Il bue che dà del cornuto all’asino è un antico e collaudato proverbio che riposiziona in ambito campestre l’evangelico versetto: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?» [Luca 6,41]. Sentire un ministro della Repubblica imputare di «politicizzazione» un membro della Magistratura, suo pari grado, non può che richiamare alla mente la mendace accusa di quel cornutissimo quadrupede: il ministro di un Governo mai così politicizzato, al servizio di un Parlamento ancor più politicizzato, incolpa di politicizzazione il meno politicizzato fra i tre poteri dello Stato. Il solo (non a caso) che espressamente richiede ai propri membri un titolo universitario, non soltanto la scuola dell’obbligo. Aperto a pochi e selezionati, non al primo scaldapopoli di passaggio.   A rigor di Costituzione, il Parlamento è (dovrebbe essere) cosa ben diversa dalla politica. Ai partiti non è permesso esser presenti in aula: ai senatori e ...

Ministrini e minestroni

Quattordici panzane ben rimestate non bastano per fare un buon minestrone. Neppure insaporendole con tanta, tanta, tanta polpa di Melone. Eppure, nella lunga corsa verso un referendum grimaldello che, mentre chiede un innocuo voto sulla serratura (carriera dei magistrati), cerca invece di scassinare la cassaforte (la Costituzione), la ministra del minestrone si è ieri esibita in un’accorata denuncia delle presunte storture di una «Magistratura politicizzata» che, a parer suo, contrasta l’azione (?) del Governo in materia di immigrazione irregolare. Per dimostrarlo, inanella ben quattordici smisurate panzane che, con l’aiuto del nostro collaudato panzanometro, andremo ad esaminare nel dettaglio.  Questo il testo integrale della dichiarazione di chi presiede il Consiglio dei ministri: «Un cittadino algerino irregolare in Italia che ha alle spalle 23 condanne , tra le quali lesioni per aver picchiato una donna a calci e pugni, non potrà essere trattenuto in un CPR né trasferito nel c...

L'uditore

— Fate i bravi, o vi prendo a cinghiate e vi sbatto fuori dall’aula! Questa è l’idea di pace che il piccolo padrino della Tana Bianca coltiva dentro di sé, nella speranza di poterne un giorno raccogliere un Nobel. Magari autentico.  L’idea di un indegno maestrino, temibile quanto può esserlo un adulto tra i bimbi di una classe elementare, che alza la voce (e le mani) nel tentativo di imporre con la forza la propria idea di ordine.  Ordine inteso non come strumento per disciplinare e far crescere quell’indomabile congrega di scalpitanti discepoli, ma l’irrinunciabile premessa per silenziare la classe e meglio potersi immergere tra le pagine sportive del quotidiano locale.   Del futuro dei bimbi gliene frega una mazza. Asino, malvagio e ignorante come ogni mafiosetto di provincia, quei piccoli non sono per lui che un insignificante apostrofo di seccature tra l’alta concezione di sé e l’insoddisfacente stipendio. Per incicciare il quale, gli alunni sarebbe persino disposto a...

Osservitori

Osservatrice o servitrice? Quale ruolo per l’Italia nel business politico-immobiliare dell’attesa ricostruzione di Gaza, in realtà sopra Gaza?  Son già due i ministri (politicizzati) italiani che, senza attendere un minuto, si son presto accodati al dittatore americano in quella che si annuncia non soltanto come la più grande speculazione edilizia della prima metà del secolo, ma anche come il definitivo colpo di grazia all’evaporata autorità dell’ONU. Oltreché un’assicurazione personale sul futuro politico del biondo cinghiale, quando prima o poi, con le buone o con le cattive, sarà comunque obbligato ad abbandonare la Tana Bianca. Dopo averla sfregiata, s’intende, a colpi di sale da ballo ed altri abusi all’insegna del kitsch più pretenzioso, inelegante e sgraziato.  La sola scusante, per i due servitori dello Stato («Giuro di […] esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione»), è quella di aver agito non tanto per interesse personale, quanto per amore...

Sotto la coda

Sotto la coda di Trump (non esattamente il luogo più pulito al mondo) brilla un ciuffo biondo. Non può essere quello di Orban, bianco con la riga al centro ed il pensiero a destra. È quello dell’italica Melona.  Stretta tra un partito analfabeta (il suo), uno spaccato (la Slega), uno che ancora affila le zanne (Furto Nazionale) e un altro rapidamente in fuga verso il centro (Tajenda), alla Sgarbatella non resta che giocarsi – come altre volte – la carta estera.  Così, mentre l’Europa è in cerca di un Mazzini che sappia farne uno Stato, incastrando mattoncini tanto scompaiati per materiali e dimensioni, la nostra BB (Bassa&Bionda) snobba la vicina Baviera per zampettare invece tra Addis Abeba e Washington: tra il vecchio impero ed il nuovo. Tra faccette nere di un tempo ed altre (ancor più nere) d’oggidì.  A Monaco l’urlatrice avrebbe potuto ritagliarsi un posto nella Storia. Sta alla guida di un governo al momento tra i più stabili nel continente, compatriota di quel ...