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Papà Natale è «di sinistra»?

L’inatteso irrompere sulla scena politica internazionale di un giovane di talento come Zohran Mamdani, novello Robin Hood con tre continenti nelle tasche, ha acceso nuovi e vecchi fuochi d’artificio tra l’esercito di reduci che si aggira all’interno della variopinta area dell’opposizione (a se stessi?) in Italia.  Resta insoluta una domanda. Distribuire soldi a pioggia ai poveri e agli emarginati, sfilandoli dalle tasche di chi li possiede, è un’azione politica de sinistra ? No. Non lo è. Non può esistere sinistra, senza un’idea di progresso. Ed operare per mantenere artificialmente in vita ciò che è morto, sovvenzionando il maniscalco piuttosto che formare il gommista, non è un segno di progresso, quanto piuttosto di conservazione. * * * * * La definizione di «sinistra» nacque casualmente dopo la Rivoluzione dell’Ottantanove: quando nell’Assemblea Nazionale di Francia (1791) i parlamentari di orientamento più radicale scelsero di prender posto nell’ala sinistra della sala. Pochi d...

Uragani

Ottobre 2012. L’uragano Sandy colpisce New York. Trasporti pubblici sospesi, molti negozi chiusi, ristoranti quasi tutti aperti, tranne i numerosissimi fast-food , dai McDonald’s agli Starbucks. Porte sbarrate.  Nessuno dei ragazzi occupati nei fast-food viveva a Manhattan, a differenza del personale di sala e di cucina dei locali più eleganti. Nessuno poteva permetterselo. Neppure dividendo in cinque il costo di una stanza. Stavano a Queens, in New Jersey, a Brooklin, a Staten Island. Ma coi mezzi pubblici fermi, nessuno era più in grado di raggiungere il posto di lavoro. Novembre 2025. L’uragano Mamdani colpisce New York. Tredici anni dopo, una città ancora più ricca, esclusiva e costosa. Quartieri un tempo degradati e infrequentabili come Alphabet City, Meatpacking, Chinatown, West Side, sono oggi locations qualificate, ricercate e di gran moda. Sul mare di Brooklin son spuntati grandi alberghi e  grattacieli, ed Arthur Avenue, nel Bronx, è la nuova Little Italy. Se ancor...

La stretta sul Ponte

Che la costruzione di un ponte sullo Stretto di Messina sia una cosa positiva per l’Italia, segno di progresso d’alto valore simbolico, è già stato detto .  Che un ministero incapace di asfaltare le strade, stendere binari e assicurare il medesimo standard nei trasporti su tutto il territorio nazionale non possieda la necessaria qualità per realizzarlo, questo è sotto gli occhi di tutti.  In Giappone un ministro che tradisse una così alta promessa, sguainerebbe la katana  per giustiziarsi da sé in un coraggioso harakiri . In Germania si limiterebbe a rassegnare all’istante le proprie dimissioni. In Italia si spenderebbe in lagne alla disperata ricerca di un qualsiasi colpevole purché differente da lui. Molto differente. Come può esserlo un magistrato della Corte dei Conti. Istituzione che, a differenza di altre, quando incomincia un lavoro si studia di portarlo a termine.  E dovendosi occupare di conti (quelli con l’oste, non quelli col feudo) col dovuto scrupolo co...

Sette vizi e un capitale

Quel Trump che, per far grande l’America, s’è inventato di concimarla dall’alto cospargendola con tonnellate di letame, è forse colui che meglio incarna in un sol corpo tutti i sette vizi capitali: la Superbia, l’Avarizia, l’Ira, l’Invidia, la Lussuria, la Gola, l’Accidia. Sulla superbia presidenziale c’è poco da aggiungere: superbo è chi si considera superiore a chiunque altro, incluso Dio. Tentar di sottomettere gli altri e pretenderne l’adorazione, è l'immediata quanto necessaria conseguenza. E pazienza se, in un regime democratico, ci si attende che un presidente si dedichi a servire la Nazione, piuttosto che a comandarla.  Già nel 2017, rispondendo a un lettore dalle pagine della rivista «Sette», Antonio d’Orrico concordava sulla somiglianza anche fisica di Donald Trump col personaggio di Superbone (ciuffo incluso), un fumetto degli anni Sessanta disegnato da Erio Nicolò per «Il monello». Con la sola differenza che i quotidiani straripamenti di Superbone trovavano un puntuale...

Le urlatrici

In principio furono le lavandaie, dirimpettaie su quei balconi dai quali stendevano. Non esistevano le asciugatrici, i telefonini attendevano d’essere inventati ed i telefoni fissi, lusso per pochi, erano di filo corto.  Poi ci pensò Sanremo, e le urlatrici – potenti emule degli urlatori, a loro volta seguaci del nuovo trend della musica americana, mossasi dalle luci soffuse dei night verso i fari accecanti dei grandi palcoscenici – incontrarono ben presto il favore del grande pubblico televisivo.  Popolari, non più popolane.  In politica, i toni alti son da sempre appartenuti agli arruffapopoli: quegli intimorati masanielli mandati in avanscoperta dai partiti per saggiare le reazioni dei pecoroni da comizio. Se piovevano applausi, gli agitatori eran messi da parte e prontamente sostituiti da più presentabili capoccia di partito. Se piovevano ortaggi, i mandanti lasciavano che ne fossero sommersi: meglio loro, dopotutto, che noi capoccia. A forza di mandarli in avanscop...

Mele avvelenate

Le banche non son simpatiche a nessuno. Tre quarti degli Italiani sono indebitati con qualche istituto di credito e, nonostante ne godano nell’immediato i benefici (la casa, le vacanze, l’automobile), se ne sentono in qualche misura defraudati. Quasi che possedere una casa e andare in vacanza in automobile sia un loro diritto, e non invece un obiettivo che la banca consente loro di raggiungere anzitempo. Sulla fiducia.   Simpatiche o antipatiche che siano, tuttavia: 1) le banche sono imprese private; 2) il fine statutario di ogni impresa privata è ottenere il massimo profitto; 3) l’impresa assume su di sé il rischio di perdite finanziarie, fino al massimo rischio del fallimento, confidando nei futuri guadagni; 4) quando un’impresa genera infine profitti, significa che è stata amministrata bene. Quando ne genera tantissimi, significa che è stata amministrata benissimo. Al meglio.  Questo è l’ abc di ogni impresa privata. Vale per il bombolaro all’angolo come per Tesla o Apple....

Mediatori in Medioriente

Trump ha «fatto» la pace a Gaza? La pace a Gaza c’era già. Dal 2005. Da quando il governo israeliano allontanò con la forza i propri coloni per lasciar spazio alla popolazione locale.  Ed è durata quasi vent’anni. Fino a che il governo della Striscia, guidato dalle bande terroriste di Hamas in perenne lotta tra loro, ma unite dall’odio verso il vicino Stato ebraico, ritenendo insufficienti i quotidiani lanci di razzi e missili oltre confine, puntualmente intercettati o ignorati dagli Israeliani, armarono una consistente parte della loro popolazione affinché invadesse il Paese vicino, massacrando senza pietà chiunque incontrasse, senza alcuna distinzione tra vecchi, donne, neonati e bambini, e neppure tra Israeliani e stranieri, tra amici e nemici, tra ebrei e musulmani, o cristiani. Tant’è che a farne le spese furono in gran parte quei sostenitori della causa palestinese, giunti da ogni parte del mondo, raccoltisi a ridosso del confine con la Striscia per manifestare con canti e ba...