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Le urlatrici

In principio furono le lavandaie, dirimpettaie su quei balconi dai quali stendevano. Non esistevano le asciugatrici, i telefonini attendevano d’essere inventati ed i telefoni fissi, lusso per pochi, erano di filo corto. 

Poi ci pensò Sanremo, e le urlatrici – potenti emule degli urlatori, a loro volta seguaci del nuovo trend della musica americana, mossasi dalle luci soffuse dei night verso i fari accecanti dei grandi palcoscenici – incontrarono ben presto il favore del grande pubblico televisivo. 

Popolari, non più popolane. 

In politica, i toni alti son da sempre appartenuti agli arruffapopoli: quegli intimorati masanielli mandati in avanscoperta dai partiti per saggiare le reazioni dei pecoroni da comizio. Se piovevano applausi, gli agitatori eran messi da parte e prontamente sostituiti da più presentabili capoccia di partito. Se piovevano ortaggi, i mandanti lasciavano che ne fossero sommersi: meglio loro, dopotutto, che noi capoccia.

A forza di mandarli in avanscoperta sulle piazze, tuttavia, molti di quegli scalmanati finirono con l’impadronirsene. E, con esse, di quegli stessi movimenti e di quei partiti i cui vecchi dirigenti, ormai infrattati ai piani alti tra cariche, direzioni, vitalizi e poltrone, s’eran del tutto scordati di quel pianterreno da cui ebbe inizio la loro rapida ascesa. 

Lindi e pettinati come televisione impone, se solo si fossero degnati di volgere lo sguardo verso il basso avrebbero visto alla testa dei loro antichi eserciti un parterre di parvenuunderdogs»?) scarsamente formati ed ancor meno educati, usi a strillare per dar forza a discorsi che altrimenti ben poca ne avrebbero. 

Non viene da Harvard o da Oxford la primadonna del primo partito d’Italia, e neppure la seconda, a capo del secondo, frequentatrici di assemblee e scantinati piuttosto che di salotti. E quando pare di intravedere intorno ad esse qualche testa pensante, lo è perché pensa per procura: per conto di un padrone, o della potenza straniera che la paga. 

Perché dunque meravigliarsi quando le lavandaie si comportano da lavandaie? Se scrivessero, anziché urlare, lo farebbero a caratteri cubitali, extrabold, forzatamente limitandosi in tal modo ad una sola frase per foglio. Ad un titolone. Praticamente un manifesto elettorale. 

Di quelli che i passanti, quando ci capitano accanto, neppure più si voltano a guardarli.   

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