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Articolo (troppo) determinativo

Cosa rende tanto differente l’Italia al cospetto degli altri Paesi dell’Area Schengen, a parte la contiguità geografica col Vaticano – regno extracomunitario assai attento a proteggere i suoi 3,2 km di frontiere – e il dono di confini pressoché invalicabili: il mare che la circonda e la catena alpina che come una muraglia la racchiude?  Cos’è che fa sì che quelle frontiere tanto naturalmente protette siano di fatto alla mercé di chiunque, a fin di bene o a fin di male, intenda violarle, seppur con l’ausilio di quei traghetti di Stato che fan da scafisti tra Lampedusa e la Sicilia (una volta e mezzo più distante che non Lampedusa dall’Africa)?  Quel che determina la differenza è un articoletto di legge che solo l’Italia ha ritenuto opportuno inscrivere nella prima parte della propria Costituzione.  È l’art. 10, che in quattro brevi commi così statuisce:   ~~~~~~~~~~~~~~~~~ • 1. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalm...

Dieci sconfinate menzogne

1) Le frontiere fra nazioni non hanno più alcuna ragione di esistere. Chi davvero lo pensa, dovrebbe per coerenza lasciare aperto di notte il portone di casa.  Quel che fa di un edificio un’abitazione son proprio le presenze umane che lì ci vivono, e il portone di casa è il limite che segna il confine tra il mondo di dentro (tendenzialmente amico) e il mondo di fuori (tendenzialmente nemico).  Starsene in casa propria non significa però autocondannarsi agli arresti domiciliari. Il portone lo si apre più d’una volta: per accogliere le persone gradite che vengono a farci visita, ma anche chi lo varca per ragioni di lavoro, dal portalettere all’idraulico. Talvolta anche per il mendicante che bussa alla porta in cerca di qualche elemosina.  Resta però ben chiuso di fronte a chi pretende di entrarvi di nascosto e con la forza. Peggio ancora se nottetempo, dal balcone o dalle finestre.  C’è un campanello. Suonarlo significa chiedere il permesso di entrare. Concederlo o men...

Fratelli ritrovati

Gentiloni è un gentiluomo di nome e di fatto. Nel senso letterale del termine, Paolo Gentiloni Silverj è, per antica discendenza, nobile di Filottrano, di Cingoli e di Macerata. Ma ancor più nobile Paolo Gentiloni è nel portamento e nel comportamento, per sua natura pacato e misurato. Sempre aperto al confronto, mai all’affronto. Giornalista, deputato alla Camera (2001-2019), fondatore e presidente del piddì (2019-2020), ministro con Prodi (2006-2008) e poi con Renzi (2014-2016), quindi Presidente del Consiglio (2016-2018), Paolo Gentiloni è dal 2019 in carica presso l’Unione in veste di Commissario Europeo per gli Affari Economici e Monetari.  A differenza del Presidente della Commissione, eletto a maggioranza assoluta dal Parlamento Europeo, ciascun commissario viene inizialmente indicato dai singoli Stati membri. I nomi proposti son poi soggetti al vaglio e all’approvazione del Parlamento Europeo, particolarmente attento nell'accertare e valutare l’assoluta indipendenza e imparz...

Parfum d’élections

C’è profumo di elezioni, e i profumandi si preparano. Si voterà tra il 6 e il 9 Giugno 2024 per dar vita al nuovo Parlamento Europeo: organismo del quale non è mai importato una ceppa a chi ha sempre trovato più comodo giocare in casa, contro avversari acquistabili a prezzi scontati e poche regole – o nessuna – da osservare.  Così il Parlamento Europeo è sempre stato considerato dagli italici  avvoltoi come un’avventurosa alternativa alla pensione, inventata al fine di far sparire anzitempo, con metodi fortunatamente non putiniani, quei compagni di partito più scomodi: promoveatur ut amoveatur .  Lo scenario è radicalmente mutato, a detta di tanti qualificati osservatori.  Il perdurare del conflitto ucraino e la sostanziale condizione di disarmo dei 27 Stati dell’Unione (solo la Francia dispone di una rete di basi estere ed armamenti a lungo raggio), unitamente al tentativo dei 20 Paesi dell’Eurozona di consolidare e proteggere la moneta ad essi comune, ha fatto sì c...

Disobbedisco!

Le prime pagine dei giornali, sotto Ferragosto, si scrivono quasi da sé. La stitichezza di notizie, tra istituzioni ed agenzie di stampa chiuse a morto, lasciano spazio a gossip , ricette culinarie e paginoni paraculturali: illustri sostituti delle notizie salvacolonne di un tempo, dal vitello a due teste inaspettatamente partorito in qualche impronunciabile provincia cinese ai consueti avvistamenti di astronavi aliene accortamente mimetizzatesi sotto piogge di stelle cadenti.  Quest’anno l’agostana sorte ha baciato in fronte il medagliatissimo generale Roberto Vannacci, già comandante in Afghanistan, quindi capo delle brigate paracadutisti «Col Moschin» e «Folgore», poi ancora in missione in Somalia, Ruanda, Yemen, Bosnia, Libia, Iraq, e solo da tre mesi al comando dell’Istituto Geografico Militare di Firenze. Incarico, quest’ultimo, revocatogli in data 18 Agosto su disposizione del ministero della Difesa.  Cinquantacinquenne, alle soglie di una pensione che per i militari gi...

C'era una volta il «salario»

Quasi commuove il disperato tentativo del fu piddì, accodato ai sansepolcristi a cinque zampe, di riaccendere gli animi di una sconsolata opposizione imbracciando la novecentesca bandiera del «salario minimo», conseguente evoluzione di più antiche lotte contro l’aumento del prezzo del gettone telefonico e la progressiva scomparsa delle cassette postali. Quelle sì, rosse. A differenza del tardocattolicesimo piddino e del protofascismo grillino.  Se avessero invece chiesto e preteso, sfidando il fermo no dei sindacati dei pensionati, una «retribuzione minima» a vantaggio di chiunque lavori alle dipendenze di qualcun altro, nessuna battaglia sarebbe stata più giusta e più sacra. Ma come si può pensare di sollevare una nazione a difesa di un «salario» che nessun lavoratore in Italia percepisce più, sostituito ovunque dallo stipendio? In un tempo fortunatamente lontano, il «salario» costituiva la paga dei lavoratori a ore. Agli albori dell’età industriale fu la retribuzione tipica degli...

Servizietto pubblico

C’era una volta «la» Televisione. Con tanto di iniziale maiuscola e articolo determinativo femminile singolare.  Singolare, perché singola: esisteva una sola Televisione, con un solo canale in bianco e nero. Neppure per tutto il giorno, ma solo alla sera. Unica eccezione: la «TV dei ragazzi», dalle 17:00 alle 19:30. Poi arrivava «Carosello», la sola forma di pubblicità allora consentita, travestita da minispettacolo e con assoluto divieto di mostrare superalcolici, tabacco, autovetture e altri strumenti di tentazione, quindi «il» telegiornale, poi qualche programma di inchieste, un quiz, un adattamento teatrale, un vecchio telefilm. Il film, vecchio anch’esso quanto basta, un sol giorno alla settimana: rigorosamente di lunedì, quando i cinema, quelli veri, ancora contavano gli incassi della domenica. Alle 23:00 sigla: «Fine delle Trasmissioni». E tutti a nanna.  La Televisione (quella con la «T» maiuscola) svolgeva effettivamente un servizio pubblico. Programmi come «Non è mai...