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Chi ha paura della Magistratura?

Quando un Tribunale emette una sentenza, lo fa «In nome del Popolo Italiano» (artt. 125 e 546 CPP). Non del Re (che più non c’è); non del Partito (come in Cina); non del Governo (come nei sistemi dittatoriali), ma del Popolo Italiano. Ossia del Parlamento. Che quel «popolo italiano» rappresenta ed incarna: unica istituzione statale eletta con suffragio universale. Ciò stabilito, pronunciarsi contro una sentenza della Magistratura, significa opporsi e contrapporsi alla volontà del Parlamento.  Se a farlo è una persona, fisica o giuridica, soggetta alla legge italiana, che si ritenga danneggiata da una sentenza che ritenga errata o ingiusta, è in suo potere impugnare la sentenza e chiedere un riesame del giudizio, ed eventualmente un’ulteriore conferma in terzo grado. Ma certamente non è nei poteri di un Governo contestare una sentenza della Magistratura che riguardi persone (fisiche o giuridiche) terze.  La vera separazione delle carriere, quella che in Italia urge e necessita,...

Deurbanesimo

Il caso Milano riapre la questione abitativa nei grandi centri urbani in Europa e non solo. Nessuno che disponga di un reddito mensile inferiore ai settemila euro può permettersi di pagare un affitto in una zona centrale o semicentrale di Milano.  È vero. Ma è una realtà che da alcuni decenni riguarda le grandi città dei Paesi più sviluppati. Non solo Milano, ma anche Parigi, Monaco, Londra, New York, Amsterdam... È un fenomeno che potremmo definire «deurbanesimo«, diametralmente opposto a quell’«urbanesimo» che, a partire dalla fine dell’Ottocento, moltiplicò a dismisura la popolazione nelle grandi città, attraendo centinaia di migliaia di persone pronte a lasciare le scomodità e le insicurezze della campagna per abbracciare le opportunità offerte dal nuovo modo di produzione industriale, in grado di dare occupazione persino (e soprattutto) ad analfabeti privi di qualsiasi formazione.  Galeotta fu la macchina a vapore, nata nel 1796 per mano dello scozzese James Watt.  F...

Tra il Bene e il Male

La partita non è mai stata così avvincente per chi, come noi, la osserva dall’alto delle nuvole.  Belzebù è all’attacco. Ha piazzato i suoi migliori campioni – Putin e Trump – nella nostra metà campo e punta dritto alla rete. L’arbitro ONU, ormai a libro paga, finge di non vedere e gioca col telefonino. Xi Jinping, dalla tribuna VIP, astutamente tifa un po’ per loro e un po’ per noi, pacificamente accovacciato sulla riva del fiume in attesa di conoscere il vincitore.  Oggetto del contendere è un pianeta che ha ormai superato gli otto miliardi di abitanti. Troppi. Senza neanche l’aiuto di un capocondominio paragonabile, per testa e muscoli, ai defunti vincitori di Yalta.  Non resta così che lo scontro in campo. Iniziato secondo le regole ma presto degenerato in zuffa sempre più incontrollata, dove in troppi non esitano a tirar fuori il coltello.  I démoni sembrano prevalere: sono in numero superiore e godono del favore degli spalti, gremiti da una folla di oppressi e ...

Lo zoo

Chiamatelo zoo, o anche eufemisticamente «bioparco», ma nessuno è più entusiasta di quei bambini che la ventura di visitarne per la prima volta uno. Grandicello o ancora in culla, più o meno inconsciamente qualsiasi bimbo percepisce all’istante come anche il più grosso, il più bello, il più dotato, il più feroce degli animali sia comunque inferiore ad essi. Il bimbo intuisce che non potrà mai volare come un’aquila, arrampicarsi come un babbuino, guizzare come un delfino o aver la forza di un orso, ma dal confronto esce sempre e comunque vincitore: tutti gli animali non hanno nel muso che una sola espressione, emettono un verso soltanto e possiedono una sola abilità. Un bimbo, al contrario, è sin dalla nascita capace di mille espressioni e sonorità, prova gioia e dolore, si esprime con il riso o con il pianto, cerca di migliorarsi costruendo nel tempo un proprio piano di sopravvivenza, che nell’animale è invece predeterminato e istintivo.  Nella sua minuta fragilità, un bimbo di fro...

Esame di «furbità»

L’ultima trovata di chi nulla ha da dire, ma senza dir nulla rastrella followers sui social , è quella dell’«esame di nullità». O meglio sarebbe: di «furbità».  Funziona così: dopo aver misurato col bilancino i crediti raccolti nel corso di studi, sommati al voto conseguito nelle prove scritte, il candidato all’esame (una volta) di maturità, ne contesta la stessa ragion d’essere, atteggiandosi a novello Robin Hood quando in realtà non è che il Principe dei Vigliacchi. Perché sa che, comunque vada, incasserà comunque l’agognato diploma, con in più la ciliegina di qualche rigo sui giornali. Blog inclusi! E tanto gli basterà per indossar l’armatura di un intrepido raddrizzatorti della scuola italiana del Terzo Millennio.  Non è così.  Il coraggio lo dimostra quel trapezista che esegue i difficili esercizi senza alcuna rete di protezione. Chi compie le medesime prodezze, ma con la rete ben tesa sotto le chiappe, non mostra alcun apprezzabile coraggio, ma giusto una particol...

Morti di fame?

Un Paese di morti di fame. Questa è l’Italia che amano raccontare politici e partiti (tutti), pronti a volgere a loro vantaggio l’insoddisfazione di chi già molto ha, ma che ancor più vorrebbe.  Cinquantotto milioni di indigenti impossibilitati mettere insieme il pranzo con la cena. A chi obietta che il 74% degli Italiani vive in un’abitazione di proprietà ( Confedilizia , 2024), o che il 90% dei 45 milioni di adulti in età da patente è proprietario di un’auto, il politico atteggiato a benefattore del popolo risponde inventandosi nuove fantasiose etichette sociali: forse non esistono più i «poveri» (definizione palesemente inopportuna quanto indifendibile), ma ci sono pur sempre i «nuovi poveri», gli «svantaggiati», gli «emarginati», i «relativamente poveri»...  Fino al forzato ossimoro dei «meno abbienti»: abbienti e possidenti, certo. Ma che potrebbero avere di più! Se i poveri, in quell’immediato dopoguerra quando ancora ce ne stavano a pacchi, era facile comprarseli con un...

Governo e buongoverno

Non è una questione di soldi: è una questione di uomini: i grandi uomini fanno grandi cose, i piccoli uomini fanno piccole cose.  È sempre stato così. E non perché i piccoli uomini non ambiscano edificare ardite opere o firmare storici trattati, ma giusto perché non ne sono capaci.   Mai come di questi tempi, i piccoli, i piccolissimi e i microscopici uomini sembrano aver occupato i più alti scranni del potere, persino in quei pochi illuminati Paesi che avevano sin qui guidato il mondo.  Individuarli non è difficile: è sufficiente osservarne l’opera.  Il cattivo pasticcere lo scopri assaggiandone i biscotti, il cattivo governante misurando gli effetti del malgoverno. Per poi scoprire che accanto ad un’Argentina straziata dal motopippa in basette, ai milioni di Russi depredati e affamati da un dittatore sanguinario, agli interi popoli incatenati dalle teocrazie del terrore, si aggiungono i cinquanta Stati nordamericani finiti sotto il tallone di un presidente inetto, ...