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Brutta bestia...

Brutta bestia, la vecchiaia. Bella, talvolta. Sapendola indossare.  Ciascuno di noi, nell’ultimo tratto della propria vita, restituisce al mondo buona parte di quanto ha ricevuto nel primo. Chi ha avuto amore restituisce amore; chi ha raccolto denaro lo redistribuisce: chi in beneficenza, chi sperperandolo; chi ha accumulato sapere ed esperienza dispensa saggezza; chi si è impegnato negli studi, produce scienza. Ma chi dalla vita altro non ha avuto che calci e schiaffi, non può che restituire calci e schiaffi. E diventa, senza accorgersene, uno di quei vecchi rancorosi e inaccostabili,  nemici del mondo intero e di chiunque vi abiti. Quasi sian stati gli altri a sottrargli qualcosa e non egli stesso a rinunciare a prendersela, intento com’era a non trascurare alcuno dei sette vizi capitali: superbia, avarizia, invidia, ira, lussuria, gola, accidia. Impegnato a consumare gli ultimi suoi anni nell’impossibile ricerca di un colpevole a cui addebitare la responsabilità dei propri ...

Quietamente, il Leone ruggisca

Eleggere un nuovo Papa è un po’ come scegliere un nuovo presentatore per uno show televisivo di successo: spetta a lui dimostrare d’essere all’altezza del compito, e non viceversa. Tanta è la forza dello spettacolo, in scena da due millenni. E il nuovo conduttore dovrà necessariamente coniugare tradizione e novità, passato e presente, vecchio e nuovo pubblico. Con un lungimirante sguardo al futuro.  Papa Leone XIV parte bene. Col nome giusto per azzannare là dove serve il Pannocchia e i suoi sodali, giocandosela in casa (bianca). Terzomondista quanto basta per mantener vivo l’afflato bergogliano in difesa dei deboli, colto e sapiente come ci si attende da un emulo di Agostino d’Ippona. Difficile accusarlo di «non avere le carte».  Possibile che spetti stavolta a un discendente di Pietro, e non ad un laico, il compito storico di rabberciare un Occidente ancora una volta proteso sul baratro della follia, coi tanti feroci nemici – all’esterno e ancor più all’interno – pronti a s...

Vorrebbe, ma non è

Ciascuno desidera quel che non ha. L’affamato sogna pranzi in dodici portate; il satollo: due giorni di digiuno. Chi abita in un piccolo villaggio va in vacanza nella grande città; chi in una grande città ci vive, cerca la pace nel piccolo villaggio. Il povero si indebita per trascorrere tre giorni da nababbo nel lusso dei grandi alberghi, il nababbo spende il triplo per scalare in solitudine una montagna nutrendosi di conserve e dormendo tra le rocce, o per traversare l’oceano su una barchetta da sette metri. Non v’è strumento più efficace, per comprendere i lati nascosti di ogni persona, dell’interpretazione dei sogni. Sigmund Freud lo scoprì nel 1899, ma ogni persona accorta e armata di saggezza lo sa sin dai tempi delle caverne. Come altro interpretare, se non alla luce dei sogni, le artefatte immagini di un Trump che si delizia nel raffigurarsi come un sovrano in pose austere tra corone ed ermellini regali, o accomodato sul soglio pontificio, se non come dichiarata brama di potere...

Zampa d’elefante

È il mito americano – gente! – : anche l’ultimo degli idioti può aspirare al più alto dei traguardi.  Stavolta – aggiungiamo noi – quel traguardo è riuscito a raggiungerlo e a toccarlo con mano: l’ultimo degli idioti non soltanto ha conquistato la Casa Bianca, ma l’ha occupata insieme ai suoi sordidi amici di bevute. Neppure si può dire che a Washington sieda adesso un asino, dal momento che l’asinello è il simbolo elettorale dei Democratici americani.  Quello dei Repubblicani è invece l’elefante. E mai come in questo caso, in una Sala Ovale degradata al  set di un sequel de «Il Padrino», l’immagine che meglio si riesce a percepire è quella di un elefante dal ciuffo biondo. Un elefante in cristalleria, a voler esser precisi. Con tutti i disastri che può compiere al solo sventolar delle orecchie o a un timido agitar di proboscide.   Impossibile conteggiarne i danni, col pachiderma in continuo e perenne movimento. Davanti agli occhi di tutti ci sono (per adesso)...

Avviso ai naviganti

Neppure il Risorgimento ebbe per l’Italia una valenza unificante paragonabile a quella del 25 Aprile 1945. Generosa e lungimirante costruzione politica fu quella di Mazzini e Cavour, ma assai più coraggiosa e condivisa l’azione di quel movimento popolare che evitò all’Italia di divenire un’altrui provincia e conservarsi ancor oggi nazione. Crollato il Fascismo e senza più un re, sotto il tallone dell’invasore tedesco ed il fuoco dei vincitori, un’inedita mistura di Italiani – ricchi e poveri, intellettuali ed analfabeti, giovani e vecchi, donne ed uomini, campagnoli e cittadini, professori e studenti, nobili e plebei – si ritrovò gomito a gomito col fucile in mano nell’intento di rimettere in piedi quella nazione che da lì a poco avrebbe dato vita all’odierna Repubblica Italiana. Libera ed indipendente. Povera e distrutta, anche. Ma tanto generosa da graziare quei pochi nostalgici rimasti fedeli ai disastrosi ideali del precedente regime.  Se così sta scritto sullo spartito della S...

Il ciarlatano

Quando qualcuno si degnerà di presentare a Donald Trump la somma dei danni che egli ha arrecato alla nazione, insieme all’agonia del dollaro e allo smagrimento dei mercati non passerà inosservato il crollo del turismo estero.  New York o Las Vegas, grazie al Pannocchia, hanno oggi lo stesso richiamo turistico di una Mosca o di una San Pietroburgo.  Si salvano – per adesso – grazie ai visitatori dei cinquanta Stati e alle vecchie prenotazioni già in essere. Ma chi, oggi, in Europa, sogna e progetta un periodo di vacanza negli States? Andare a far visita in casa di persone che ti riempiono di ingiustificati insulti e addirittura pretendono la restituzione di denaro che non gli è in alcun modo dovuto? E se tanta demotivazione vale per gli Europei, figuriamoci per Asiatici, Africani o Sudamericani, costretti a considerare tra i rischi quello d’essere incarcerati per tentata immigrazione irregolare! Il turismo è la prostituzione degli Stati: quando una nazione si fa bella e decide ...

Per un’Europa adulta

Può una nazione temere di più una parola che non un potente nemico? Sì. Se quella nazione è l’Italia e quella parola è «riarmo».  E neppure si riesce a comprenderne il motivo, dal momento che il termine «riarmo» nasce dalle ceneri di quell’opposto «disarmo» che i Trattati di Parigi imposero nel 1947 ai Paesi alleati della Germania: Italia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Finlandia, insieme all’obbligo di deporre le armi e smobilitare le difese militari.  La Germania, poi, principale responsabile del conflitto, non soltanto fu completamente disarmata, ma anche divisa in due differenti Stati sotto il diretto controllo delle potenze vincitrici. I Paesi europei dovrebbero gioire del riconquistato diritto a riarmarsi davanti alla crescente minaccia russa e al disimpegno americano. Due incontestabili fatti che, in poco più di un mese, hanno irreversibilmente minato la protezione militare fin qui garantita dall’adesione italiana alla NATO.  Neppure c’è da meravigliarsi del fatto ch...