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Asini e Cavalli

Nonostante la schiacciante affermazione dei partiti antifederalisti in Italia (oltre il 90%) abbia indubbiamente segnato una battuta d’arresto nel processo costitutivo di uno Stato Federale Europeo, il ribaltone elettorale francese ha provvidenzialmente rimescolato le carte finendo col disegnare un quadro di sostanziale continuità, con Ursula Von Der Leyen confermata presidente del Consiglio – con 401 voti a favore, 284 contrari, 15 astenuti – e l’avvocato Roberta Métsola a capo del Parlamento, con 562 schede su 623 valide.  La marcia riprende dunque con le medesime guide, ma la cordata è assai più impreparata e litigiosa. In particolare il piccolo ma burrascoso gruppetto degli Italiani. E questo mentre la strada si fa sempre più in salita.  Una cosa è chiara: coi soli trattati non si va da nessuna parte. Persino l’ONU (l’altra Unione di cui l’Italia fa parte) mai come oggi appare tanto ininfluente e disattesa nelle sue pronunce. Che tali sono e tali resteranno, senza uno St...

Sfiorato dalla Storia

Nulla da dire. La Fortuna è dalla sua.  Non soltanto la dea bendata (forse proprio a causa della benda) ha fatto sì che il proiettile fatale lambisse Donald Trump a pochi centimetri da quel cervello comunque difficile da scovare e centrare, ma la foto simbolo dell’evento, distesa a tutto campo sulle prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo, vale da sola dieci campagne elettorali. Per una straordinaria quanto casuale combinazione di luci, movimenti e pose, la foto ha una forza comunicativa difficile da ottenere  persino in un teatro di posa hollywoodiano.  La bandiera in alto alle spalle, il cielo terso, l’ammucchiarsi delle guardie a protezione dell’«eroe», la ripresa dal basso ne fanno quasi una versione aggiornata a colori del celebre monumento alla vittoria di Iwo Jima, ad Arlington.  Sempre per non volute coincidenze, non c’è nella foto un colore che non sia quello della bandiera USA: il blu delle giacche, il bianco delle camicie e persino le strisce rosse d...

Ha vinto la Francia

Non hanno vinto «i migliori», perché di «migliori» in gara non ce n’erano. Hanno perso i peggiori: perché di «peggiori», invece, ce n’eran tanti.  Eccome se ce n’erano. C’era in primo luogo Marine Le Pen, erede di un governo nazista che ha scritto a Vichy alcune pagine tra le peggiori della Storia di Francia, a cui sognava di aggiungere nuovi oscuri capitoli.  C’era Melanchon, da troppi oggi acclamato come trionfatore, ma di fatto impedito ad incassare la vincita, conquistata non dal suo partito, ma da un disordinato mosaico che spazia dai saccheggiatori di piazza fino a quei socialisti che si riconoscono nell’irreprensibile figura dell’ex presidente Hollande.   C’era lo stesso Macron, costretto ad imporre ai Francesi crescenti sacrifici – a fronte del più alto debito pubblico d’Europa – ma evidentemente privo di quel carisma e di quel favore popolare che in tempi assai peggiori consentirono ad altri di chiedere alla propria gente lacrime, sudore e sangue. Ottenendoli. ...

Non solo in Francia, quei mal di pancia

Non basta l’inferno della banlieue per spiegare quell’inattesa corsa verso il precipizio in cui la Francia ha deliberatamente scelto di impegnarsi.  Non basta. Perché le medesime spinte suicide paiono oggi animare gli Stati Uniti d’America, figli anch’essi di quel medesimo pensiero illuminista che segnò in Francia la nascita dell’Età Contemporanea. Il mondo è alla vigilia di grandi cambiamenti, come lascia intendere il crescente scalpitare di Paesi un tempo invisibili, dalla Russia all’India, alla Cina.  Un ribollire non sempre sommesso smuove l’intero Occidente, dalla Sicilia alla Svezia, dalla California al Giappone. Alla radice del mutamento c’è la fine, nel mondo occidentale, di quella che è stata definita l’«Età Industriale», figlia di quel fulmineo cambio di passo del mondo che fu la Rivoluzione dell’Ottantanove, e da essa storicamente inscindibile.  Monarchie ed imperi non han mai sentito il bisogno di dar vita ad una grande industria. Han sempre vissuto di rendit...

Tornano i sanculotti

Vincono i sanculotti del Terzo Millennio. I desperados della banlieue e delle campagne francesi, immiseriti dalla fine della Rivoluzione Industriale, impreparati ed estromessi da qualsiasi moderna attività lavorativa, ignoranti, disadattati e insoddisfatti, dunque facile preda dei seguaci di quella Marie Le Pen erede della Vichy neonazista, oggi a libro paga della non meno nazista Russia di Putin.  Marie Le Pen ha vinto facile, contro la sofferente Destra di Macron e il mine(sini)strone populista che rimesta nella medesima pentola rimasugli paleosovietici, protestatari imbrattamuri d’ogni sorta, zombie duri a morire, saccheggiatori in gilet giallo, giovani portatori insani di bandiere di Hamas e dell’ISIS.  Butta male, in quella Francia culla dell’Illuminismo e patria di Montesquieu, da due secoli faro di libertà per il vecchio come per il nuovo mondo.  Butta male per un’Unione Europea costretta ad una pericolosissima battuta d’arresto nel sempre più urgente processo di...

No MES? No poltrons!

È una Meloni indiavolata, quella che dalle aule del Parlamento (italiano) strilla contro un’Europa matrigna. Quell’Europa che, anziché ricoprire di baci l’italica figliuola, restata a galla nelle ultime elezioni (europee), pazientemente attende che Scholz e Macron si lecchino le ferite e si appresta a costruire una guida dell’Unione in assoluta continuità con la precedente.  Fuori di sé, il melonpresidente lamenta un’Italia del tutto ignorata dalle nuove nomine comunitarie. In una sorta di prova generale di «premierato» che la spinge ad autodefinirsi come «scelta dal popolo» (è scelta invece dal capo dello Stato) e «rappresentante della Nazione» (ciascun parlamentare lo è, in Italia; nell’Unione lo è invece Paolo Gentiloni). Nessuno riesce a comprendere le ragioni di tanta ira funesta.  Per tutta la campagna elettorale, Meloni non ha chiesto altro che «Più Italia, meno Europa». È stata pienamente accontentata: la tenuta nelle urne le consentirà forse di contare di più in Itali...

Il ricatto del MES

Si erano lanciati in una brutta campagna elettorale, nel segno di «più Italia, meno Europa».  Son stati accontentati: continueranno forse a contar qualcosa in Italia – più per l’altrui imbecillità che per le proprie qualità – ma conteranno quanto un due di briscola nell’Unione Europea, nell’Aerea Schengen e nell’Eurozona.  A chi pensava di poter spendere in ambito continentale – al nuovo grido di «meno Europa, più poltrone» – quella che è stata un’apprezzabile affermazione locale, non è restata che l’arma del ricatto. A cominciare da quell’inspiegabile rifiuto della riforma del MES . Un tabù ideologico giustificato da «un a noi non serve» degno di un titolare di auto blu con autista, pronto a lasciar incendiare l’autobus perché tanto a lui «non serve». Un sassolino vigliaccamente gettato fra gli ingranaggi in grado di minacciare tanto la stabilità che l’apprezzamento sui mercati della valuta Euro. Manovre di palazzo (ma non si erano impegnati a metterci fine?) in attesa di una...