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Non solo in Francia, quei mal di pancia

Non basta l’inferno della banlieue per spiegare quell’inattesa corsa verso il precipizio in cui la Francia ha deliberatamente scelto di impegnarsi.  Non basta. Perché le medesime spinte suicide paiono oggi animare gli Stati Uniti d’America, figli anch’essi di quel medesimo pensiero illuminista che segnò in Francia la nascita dell’Età Contemporanea. Il mondo è alla vigilia di grandi cambiamenti, come lascia intendere il crescente scalpitare di Paesi un tempo invisibili, dalla Russia all’India, alla Cina.  Un ribollire non sempre sommesso smuove l’intero Occidente, dalla Sicilia alla Svezia, dalla California al Giappone. Alla radice del mutamento c’è la fine, nel mondo occidentale, di quella che è stata definita l’«Età Industriale», figlia di quel fulmineo cambio di passo del mondo che fu la Rivoluzione dell’Ottantanove, e da essa storicamente inscindibile.  Monarchie ed imperi non han mai sentito il bisogno di dar vita ad una grande industria. Han sempre vissuto di rendit...

Tornano i sanculotti

Vincono i sanculotti del Terzo Millennio. I desperados della banlieue e delle campagne francesi, immiseriti dalla fine della Rivoluzione Industriale, impreparati ed estromessi da qualsiasi moderna attività lavorativa, ignoranti, disadattati e insoddisfatti, dunque facile preda dei seguaci di quella Marie Le Pen erede della Vichy neonazista, oggi a libro paga della non meno nazista Russia di Putin.  Marie Le Pen ha vinto facile, contro la sofferente Destra di Macron e il mine(sini)strone populista che rimesta nella medesima pentola rimasugli paleosovietici, protestatari imbrattamuri d’ogni sorta, zombie duri a morire, saccheggiatori in gilet giallo, giovani portatori insani di bandiere di Hamas e dell’ISIS.  Butta male, in quella Francia culla dell’Illuminismo e patria di Montesquieu, da due secoli faro di libertà per il vecchio come per il nuovo mondo.  Butta male per un’Unione Europea costretta ad una pericolosissima battuta d’arresto nel sempre più urgente processo di...

No MES? No poltrons!

È una Meloni indiavolata, quella che dalle aule del Parlamento (italiano) strilla contro un’Europa matrigna. Quell’Europa che, anziché ricoprire di baci l’italica figliuola, restata a galla nelle ultime elezioni (europee), pazientemente attende che Scholz e Macron si lecchino le ferite e si appresta a costruire una guida dell’Unione in assoluta continuità con la precedente.  Fuori di sé, il melonpresidente lamenta un’Italia del tutto ignorata dalle nuove nomine comunitarie. In una sorta di prova generale di «premierato» che la spinge ad autodefinirsi come «scelta dal popolo» (è scelta invece dal capo dello Stato) e «rappresentante della Nazione» (ciascun parlamentare lo è, in Italia; nell’Unione lo è invece Paolo Gentiloni). Nessuno riesce a comprendere le ragioni di tanta ira funesta.  Per tutta la campagna elettorale, Meloni non ha chiesto altro che «Più Italia, meno Europa». È stata pienamente accontentata: la tenuta nelle urne le consentirà forse di contare di più in Itali...

Il ricatto del MES

Si erano lanciati in una brutta campagna elettorale, nel segno di «più Italia, meno Europa».  Son stati accontentati: continueranno forse a contar qualcosa in Italia – più per l’altrui imbecillità che per le proprie qualità – ma conteranno quanto un due di briscola nell’Unione Europea, nell’Aerea Schengen e nell’Eurozona.  A chi pensava di poter spendere in ambito continentale – al nuovo grido di «meno Europa, più poltrone» – quella che è stata un’apprezzabile affermazione locale, non è restata che l’arma del ricatto. A cominciare da quell’inspiegabile rifiuto della riforma del MES . Un tabù ideologico giustificato da «un a noi non serve» degno di un titolare di auto blu con autista, pronto a lasciar incendiare l’autobus perché tanto a lui «non serve». Un sassolino vigliaccamente gettato fra gli ingranaggi in grado di minacciare tanto la stabilità che l’apprezzamento sui mercati della valuta Euro. Manovre di palazzo (ma non si erano impegnati a metterci fine?) in attesa di una...

Tra forme e riforme

Tra i più discutibili lasciti di Silvio Berlusconi, incinerato nel corpo ma sempre vivo sulla scheda elettorale, c’è l’invenzione – degna di un comunicatore nato – di un nuovo lessico, improprio quanto premiante, grazie al quale impresari e industriali son stati rietichettati come «imprenditori»: termine onnicomprensivo che ha finito col raccogliere sotto la propria larga ala anche artigiani e dettaglianti, tassinari e rappresentanti di commercio, pubblicitari e modelle, idraulici e calzolai. E che dire della promozione ad « escort » di chi, sin dai tempi di Eva, usava praticare un ben più umile e disperato mestiere?  Non diversamente è stato imposto l’uso di chiamare pomposamente «governatore» il coordinatore della giunta regionale, sorvolando sul fatto che il governatore (quello vero) è un capo di Stato con poteri di grazia e di guerra. Infine, particolarmente apprezzato dai giornali per la brevità tipografica, ha trovato spazio l’improprio appellativo di « premier » in sostituzi...

Conservatori cercan casa

Tra le poche novità sbocciate dal terremoto elettorale europeo, manifestatosi nella già terremotata Italia in forma (per fortuna) di lieve bradisismo, va certamente considerato l’inatteso risultato personale di Antonio Tajani, a capo di una lista in memoriam intitolata nientepopodimemoché alla poco rimpianta figura di Silvio Berlusconi.    Delle tre formazioni che avanzano, è quella la sola mostratasi in grado di crescere senza l’aiuto esterno di carcerati o generali d’armata, giovandosi soltanto dell’urna cineraria di cui sopra. Condotta alle urne. La quale, con ragionevole probabilità, ha forse finito col sottrarre qualche voto, piuttosto che conquistarne di nuovi.  Merito del vivo, dunque, più che del morto, se Tajani si è rivelato idoneo a proporre la rinnovata immagine di una vera Destra, conservatrice e non rivoluzionaria, lontana da quel manifesto neofascismo che pare invece animare altre forze della stessa maggioranza. Un Tajani più vicino a Cavour che non a Star...

Battuta d’arresto

Una battuta d’arresto nel lento, lentissimo, processo di unificazione europea. Non c’è altra possibile lettura dei risultati elettorali per l’elezione del Parlamento di Strasburgo.  Escono sconfitte le forze più dichiaratamente eurofederaliste, quelle che si son battute per il superamento dell’Unione in direzione di un vero Stato Federale Europeo. A partire dalla Francia di Macron, primo Paese a porre sul tavolo, alla vigilia di una lunga stagione di guerre, l’urgenza di conferire pieni poteri legislativi, esecutivi e giudiziari – in materia di economia, politica estera e difesa – ad un’ istituzione sovrastatale e parallela alle attuali Unione Europea, Eurozona ed Area Schengen. Per finire con la polverizzazione della sola forza espressamente eurofederalista in lizza in Italia, Stati Uniti d’Europa, relegata ben al di sotto della soglia minima.  Per contro, in Francia e Germania avanza la destra più estrema, che trova la strada spianata in due nazioni devastate la prima da un...