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La nonna di tutte le riforme

Esistono diverse specie di fame.  C’è la fame di cibo, che è la più facile da soddisfare: basta mangiar qualcosa, e si è subito sazi.  C’è poi la fame di denaro, più difficile da placare. Eppure anch’essa ha un limite, oltre il quale è il medesimo arricchito a devolvere parte dei propri averi in beneficenza: un po’ per spegnere l’invidia dei morti di fame come lui, un po’ per limar la punta a quel coltello che ogni potenziale erede stringe tra le mani.  C’è infine la fame di potere: questa sì, insaziabile. Non solo perché senza limiti su questa Terra, ma perché insinua nell’affamato l’illusione di potersi guadagnare una qualche vita eterna oltre la morte, di continuare ad esistere sotto forma di lapidi, statue, pagine di Storia, celebrazioni biografiche, intitolazioni di piazze e strade, narrazioni cinematografiche, citazioni illustri nei discorsi dei governanti che verranno.  Ignorano, i poveretti, che i grandi personaggi consegnati alla Storia hanno il più delle vo...

Questioni di civiltà

Chi piange la fine di tanti innocenti sotto le macerie della città di Gaza, dovrebbe anche meditare su quali strumenti possano oggi consentire a chi attacca di discernere i civili dagli incivili.  In una vera guerra fra Stati, esistono le insegne, le uniformi, le divise: gli stendardi e gli elmi piumati degli antichi eserciti, un simbolo sulla coda di un aereo, una mostrina sul petto, la bandiera a poppa della nave.  Persino i popoli primitivi, quando combattevano nudi, usavano dipingersi il corpo, o gli scudi, per distinguersi dal nemico. E anche un incontro sportivo tra professionisti non sarebbe che una partitella fra amici, se le squadre avverse non indossassero ciascuna i propri colori.  Finanche i capi di Stato, ultimo Zelensky, vestono abiti consoni quando il Paese è in guerra.  Solo i vigliacchi e le spie, usi a colpire di nascosto e a tradimento, evitano con cura di mostrare alcun segno distintivo. Come i mercenari in Crimea nel 2014, privi di alcuna insegna...

Sette menzogne contro Israele

1. Israele reagisce in modo sproporzionato all’attacco del 7 Ottobre. Quel giorno di primo autunno lo Stato di Israele ha subito non soltanto un attacco terrorista, ma un’offesa e uno sfregio.  Se la doverosa risposta a un attacco è un contrattacco, ad uno sfregio si risponde con un maggior sfregio. Come oggi si profila (e quale infine sarà) la distruzione della città di Gaza, maggior centro abitato nella Striscia e sede del governo locale di Hamas.  Lo impone il testo sacro di Israele, la Bibbia: non l’evangelica altra guancia, ma il biblico occhio per occhio e dente per dente.  Una reazione proporzionata ad un gesto smisurato, è una risposta altrettanto smisurata. Chi ha acceso un fuoco così grande da non poter essere controllato, non si meravigli poi se quel medesimo fuoco finirà col divorarlo.   2. Israele opprime ed affama i Palestinesi della Striscia di Gaza.  Falso. Sin dal 2005, cacciati con la forza per mano di Israele gli ultimi insediamenti ebraici ne...

Difendere l'indifendibile

Sarà forse per via di un passato da Alto Commissario per i Rifugiati e del prolungato contatto con i perseguitati di tutto il mondo, se l’ex primo ministro portoghese António Guterres, attuale Segretario Generale delle Nazioni Unite, di professione ingegnere e non filosofo, ha trovato ieri un motivo per scagliarsi contro la nazione di Israele, vittima il 7 Ottobre del più vile e spietato oltraggio mai perpetrato contro un popolo dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale.  «È importante riconoscere che gli attacchi di Hamas non sono arrivati dal nulla, il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione», sono state le improvvide parole del Segretario Generale davanti al Consiglio di Sicurezza, seguite dall’immediata richiesta di dimissioni da parte dell’ambasciatore israeliano Gilad Erdan. Parole a dir poco inopportune e inattese, sulle labbra di chi presiede quell’assemblea di rappresentanti di 193 nazioni, nata per riconciliare i popoli attraverso il dial...

Meglio insieme

Qui in Paradiso, è vero, non esistono edicole, se non quelle poche erette in onore dei santi. Ma da quando i giornali viaggiano nell’etere capita anche a noi alati – che nell’etere ci viviamo – di gettarvi talvolta lo sguardo. E confortarci nel constatare che, tra venti miliardi di miliardi di animali e otto miliardi di aspiranti esseri umani, esiste una buona milionata di teste pensanti che di tanto in tanto fa capolino sulle pagine della più qualificata stampa mondiale, di cui fa certamente parte un ristrettissimo numero di quotidiani italiani.  Lì ci è capitato di leggere un illuminato editoriale destinato ad aprir la mente di chi oggi ha l’immeritata fortuna di vivere in Europa, pur senz’aver speso un briciolo d’energia nel costruirla. Pensano, costoro, che tanta bellezza, tanta sicurezza e tanto benessere altro non siano che un premio speciale che la sorte ha voluto destinare ad essi. Ai quali altro dovere non spetta se non goderne nella maggior misura possibile, spazzando sot...

La parola alle armi. L’arma delle parole.

Dagli amici mi salvi Iddio, dai nemici mi salvo io. Insegna un antico proverbio.  Chi sono, oggidì, gli amici dei Palestinesi residenti a Gaza, più o meno forzati elettori (al 56%) dei carnefici di Hamas?  Sulla carta i sostenitori sarebbero in tanti: non soltanto i 22 Stati che costituiscono la Lega Araba, ma anche l’Iran e la Turchia, insieme con la maggioranza di chiunque, in ogni Paese del mondo, professi la religione islamica.  Con un tal numero di ricchi e potenti amici, il minimo che ci si sarebbe potuto attendere sarebbe stato vederli in gara per ospitare il maggior possibile numero di Gazei in fuga, per paracadutare sulla Striscia migliaia di container con cibarie e generi di prima necessità, per costringere l’Egitto (Stato membro della Lega) a spalancare i propri confini con Gaza, per trovare una soluzione alla crisi e magari contribuire a liberare gli ostaggi e a consegnare a un qualche organo di giustizia i macellai di Hamas...   Nulla di tutto questo....

Facce di bronzo

La Cina, mentre rende noto di ritenere «le azioni di Israele oltre l’ambito dell’autodifesa», riesce a infilare due menzogne in una sola mezza frase.  Non si tratta infatti di «azione», ma di «reazione». Non un gesto di autodifesa, ma l’annuncio di un vero e proprio attacco armato. Reazione (doverosa) al più vile e imponente massacro di innocenti ebrei dopo la seconda guerra mondiale. Ma con due aggravanti: 1) è stato compiuto non in terra straniera, nella Germania di Hitler o nell’Italia di Mussolini, ma sul suolo dello Stato di Israele; 2) non è stato perpetrato di nascosto, nelle camere a gas all’interno dei campi di prigionia, ma sulle pubbliche vie e nelle pubbliche piazze, come neppure Hitler ebbe mai il coraggio di ardire. «Attacco armato», contro la città di Gaza, e non autodifesa. «Autodifesa» è stata quella dei coloni che han tentato di proteggersi alzando le mani e le braccia contro le mitragliate di Hamas, che non ha esitato a sparare su tutto lo sparabile: dalle culle ...