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C'era una volta il «salario»

Quasi commuove il disperato tentativo del fu piddì, accodato ai sansepolcristi a cinque zampe, di riaccendere gli animi di una sconsolata opposizione imbracciando la novecentesca bandiera del «salario minimo», conseguente evoluzione di più antiche lotte contro l’aumento del prezzo del gettone telefonico e la progressiva scomparsa delle cassette postali. Quelle sì, rosse. A differenza del tardocattolicesimo piddino e del protofascismo grillino.  Se avessero invece chiesto e preteso, sfidando il fermo no dei sindacati dei pensionati, una «retribuzione minima» a vantaggio di chiunque lavori alle dipendenze di qualcun altro, nessuna battaglia sarebbe stata più giusta e più sacra. Ma come si può pensare di sollevare una nazione a difesa di un «salario» che nessun lavoratore in Italia percepisce più, sostituito ovunque dallo stipendio? In un tempo fortunatamente lontano, il «salario» costituiva la paga dei lavoratori a ore. Agli albori dell’età industriale fu la retribuzione tipica degli...

Servizietto pubblico

C’era una volta «la» Televisione. Con tanto di iniziale maiuscola e articolo determinativo femminile singolare.  Singolare, perché singola: esisteva una sola Televisione, con un solo canale in bianco e nero. Neppure per tutto il giorno, ma solo alla sera. Unica eccezione: la «TV dei ragazzi», dalle 17:00 alle 19:30. Poi arrivava «Carosello», la sola forma di pubblicità allora consentita, travestita da minispettacolo e con assoluto divieto di mostrare superalcolici, tabacco, autovetture e altri strumenti di tentazione, quindi «il» telegiornale, poi qualche programma di inchieste, un quiz, un adattamento teatrale, un vecchio telefilm. Il film, vecchio anch’esso quanto basta, un sol giorno alla settimana: rigorosamente di lunedì, quando i cinema, quelli veri, ancora contavano gli incassi della domenica. Alle 23:00 sigla: «Fine delle Trasmissioni». E tutti a nanna.  La Televisione (quella con la «T» maiuscola) svolgeva effettivamente un servizio pubblico. Programmi come «Non è mai...

Contronatura

Che la Natura sia da sempre la più fiera e temibile nemica dell’umanità, ne diede a suo tempo ampia dimostrazione in prosa e in versi il grande Recanatese.  Eppure, a dispetto delle vibranti quanto documentate arringhe di un Pubblico Ministero di tal peso, i banchi della Difesa si sono andati in tempi recenti affollando di avvocaticchi e legulei pronti ad accollarsi ogni responsabilità o colpa pur di salvar la ghirba ad una pur tanto crudele imputata.  — Non son certo colpa dell’innocente Natura — dicono costoro — catastrofi e pandemie, maremoti e terremoti, lebbra e colera. No! La colpa è dell’umanità, che con la sua azione (la Cultura) molesta le (naturali) attività dell’imputata. La cui innata bontà è dimostrata dal fatto che, popolando essa il Pianeta di tante piante ed animali, generosamente provvede alla sopravvivenza di chi vi abita.  Che ciò non sia vero, lo dimostra l’esistenza stessa della Morte, tragedia imprevedibile quanto definitiva e certa, espressamente pr...

C'era una volta la Russia

Col rublo in picchiata e un presidente non meno picchiato, la Federazione Russa bombarda a Odessa le chiese e le seconde case degli stessi Russi. Quelli che non possono più abbronzarsi a migliaia sulle sponde del Mar Nero, ma solo sbronzarsi, in casa propria, spaccando bottiglie di pessima Vodka. Quella buona, coi centotre rubli necessari per un euro, non possono più permettersela.  La vigliaccheria sarà il marchio di fabbrica che accompagnerà l’immagine dei Russi per i prossimi cent’anni: cacciatori di asili nido, ospedali, chiese, supermercati, condomini, scuole, oltre che di navi e treni carichi di grano. Dopo tutto, anche Hitler evitò a suo tempo di combattere contro i veri soldati: trovò assai più comodo rastrellare donne e bambini disarmati per poi affamarli, torturarli e ucciderli nei cambi di sterminio, radendone al suolo i luoghi di culto, le abitazioni, i quartieri. E tutto ciò senza un vero perché. Rincorrendo ieri il mito della Grande Germania e oggi quello della Santa ...

Uguale per (quasi) tutti

Che governo e magistratura di tanto in tanto si azzannino, ci può anche stare. Si tratta dopo tutto di corpi «separati» dello Stato: esatto contrario di «uniti». Occorrerebbe tuttavia aggiungere che, in virtù della medesima tripartizione dei poteri, i magistrati sono figure istituzionali di pari grado tanto dei ministri che dei parlamentari. Meritevoli dunque di pari rispetto. Da parte dei primi come dei secondi.  È stato invece sufficiente il vago aleggiare di alcuni tenui sospetti circa le possibili malefatte di qualche membro del governo o dei familiari di qualche parlamentare per scatenarne a un tratto la scomposta quanto irragionevole ira.  Una cruda manifestazione di rabbia plebea, non dissimile da quella del ragazzo di strada colto sull’autobus senza biglietto e che però, lungi dal mostrare segni di pentimento, alza la voce (e talvolta le mani) sul malcapitato controllore, sputando sulla divisa e disconoscendone l’autorità.  Ha aperto le danze la botticelliana mini...

Odor di santità

Non esistono verità assolute, è vero, ma esistono verità relative. Eccome.  Nessuno è legittimato a criticare il modo in cui una persona si veste o si pettina, ma se quella dovesse presentarsi a un ricevimento di nozze in ciabatte e bermuda, chiunque avrebbe pieno diritto di storcere il naso.  Dopodiché la palla passerebbe al ciabattato, il quale potrebbe: a) abbandonare il ricevimento; b) insistere nel proprio comportamento, sicuro com’è che l’abbigliamento inappropriato sia quello degli altri, non certo il suo.  È un reato penale scordarsi la cravatta a casa? No. Non lo è neppure presentarsi in jeans in un’aula parlamentare, o in chiesa con scollature ombelicali, o in barca con scarponi da montagna, o sul campo da golf senza colletto. Non è un reato penale. Si tratta di pura e semplice maleducazione, aggravata da un’ostentato disprezzo per il prossimo, prima ancora che per le regole. Peggio ancora se esibito da persone che sarebbero le prime ad inalberarsi se, giusto a...

Santa de che?

Esiste qualcosa che meglio del martirio possa rendere ancor più santo un santo? Vale anche per le sante. Come sembra aver ben compreso l’italico ministro alla Primavera, colto al volante di alcune spericolate gimkane aziendali che poco attendono al giuramento compiuto di «essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi […] nell'interesse esclusivo della Nazione». Dove l’aggettivo «esclusivo» sta lì proprio per escludere qualsiasi altro genere di interesse. Inclusi quelli personali, familiari o aziendali.  Contravvenire a un giuramento non è solitamente un reato. O le galere traboccherebbero di sposi infedeli e venditori d’automobili usate. Ma neppure è una medaglia che possa in qualche misura illustrare o accrescere il proprio onore e il proprio valore. Quando è colto in fallo, chi si ritrova al centro di giusti o ingiusti mormorii e sospetti non ha che due vie: quella delle dimissioni o quella del martirio.  
Immaginate un attore sul palcosc...