Accade alle gomme delle automobili, ai palloni aerostatici, ai materassini da spiaggia, ai dirigibili, ai canotti pneumatici. Perché non dovrebbe accadere a un presidente degli Stati Uniti in nient’altro impegnato se non nel gonfiare se stesso, la sua famiglia, i suoi compari, il suo portafoglio? Moltiplicando dazi, spese, nemici, guerre, perseguitati, giustiziati? Determinato a costruire la propria sicurezza a spese dell’insicurezza altrui, a costo di svendere l’America al peggior offerente?
Quel che doveva succedere è inevitabilmente successo. L’incontenibile eccesso di aria, per quanto in fuga perenne da una bocca ininterrottamente aperta, così come da altri meno nobili quanto indistinguibili orifizi, ha finito col gonfiare oltre misura l’ingombrante pallone.
Oggi, forato in più punti dal limpido risultato delle votazioni di metà mandato, il suo destino non può esser diverso da quel che attende ogni altro sacco colmo d’aria in eccesso: può a sua scelta decidere di scoppiare con limitato danno e altissimo fragore, oppure afflosciarsi con lentezza in un mesto e prolungato sospiro.
Fosse per lui, il pallone avrebbe preferito esplodere in un bel fuoco d’artificio nucleare, se solo avessero ultimato per tempo il gigantesco bunker (con minigolf) scavato sotto la sala da ballo di una Casa non più Bianca. Ma l’indegna ciurma che gli regge il moccolo e arricchisce all’ombra del tinto ciuffo è stata d’opinione contraria. Fiutato odor di ghigliottina, e di prossima fine del trono, gli interessati consiglieri han tirato su il freno a mano, scostando l’anatra azzoppata dall’abbraccio mortale di Netanyahu. Nel tentativo d’arraffar coi denti qualche ultima briciola di quel potere ancora (per poco) rimasto.
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A piantar lo spillone nella gomma sempre più sottile del rinsecchito pallone è stata la maggior parte dei cinquanta Stati chiamati al voto per il rinnovo della House of Representatives (altrimenti detta «Camera Bassa») del Congresso degli Stati Uniti, e di parte del Senato (United States Senate, o «Camera Alta»), oltre ai nuovi governatori di trentasei Stati.
Nettissimo il risultato, che cancella ogni precedente maggioranza trumpiana in entrambe le Camere. Un voto decisamente mirato: un voto contro l’autocrate di Washington, piuttosto che un voto per un indefinito qualcun altro.
Un voto che evita di indicare con precisione una persona o una linea politica alternativa. Una sorta di «campo largo» d’oltreoceano che, a fronte d’una sola bandiera con un nettissimo «no» (a Trump) ne sventola fin troppe con i più svariati «sì» (al woke, all’immigrazione incontrollata, alla rivalsa sui «ricchi», alla riconciliazione con gli alleati, alla presa di distanza dagli alleati, all’LGBTQ+, alla libertà religiosa, all’antirazzismo...).
L’assenza di un obiettivo prefissato e condiviso, per non parlar della via per raggiungerlo, è evidentemente un male comune a quell’area politica – un tempo compatta e blindata – mai come oggi impropriamente definita «sinistra». Un’area all’interno della quale tenta inutilmente di convivere, senza azzannarsi, un larghissimo ventaglio di idee, indicazioni ed obiettivi spesso in netto contrasto tra loro: sinistre ancora legate all’idea rivoluzionaria, variamente coniugata dall’originario dettato marxista-leninista alla sterile ribellione anarchica; altre di orientamento decisamente conservatore, intente a mantenere e difendere quanto conquistato in passato; altre ancora animate da ideali progressisti, volte ad elevare attraverso una migliore amministrazione delle risorse la qualità di vita delle popolazioni.
Interpreti di queste contrastanti idee, una molteplicità di personaggi degni della migliore cinematografia hollywoodiana: dal seminarista presbiteriano votatosi alla redenzione di un Texas carnivoro e petrolifero alla prima senatrice donna del South Carolina; dal primo governatore nero del Wisconsin alla prima governatrice nera della Georgia; dal senatore LGBTQ+ del New Hampshire alla prima governatrice indigena (tribù Laguna Pueblo) nello Stato del New Mexico; dal primo senatore musulmano in Michigan alla prima governatrice ispanica in Texas.
Un’ondata popolare ha ridipinto gli Stati Uniti nel colore blu della democrazia. Colore apparentemente uniforme, se osservato da lontano, ma che da vicino sfuma in un’ampia tavolozza: dall’acquamarina al blu profondo, passando per il celeste, il pervinca, l’azzurro, il cobalto... Mille differenti tonalità, accanto alle quali, per quanto minoritarie, convivono altrettante variazioni di rosso.
«È la democrazia, bellezza», è stato il commento della quasi totalità degli osservatori, al cui coro non possiamo (e non vogliamo) evitare di unire le nostre angeliche voci. È la giusta e buona reazione dei molti alle troppe cattive azioni di un singolo.
L’America volta pagina. L’anatra starà ancora a capo del pollaio, ma con le zampe sempre più legate. Continuerà a starnazzare, certo, ma con assai minor danno. E già si cerca negli armadi un più elegante Presidente da indossare in un ormai vicinissimo 2028.
Nessuno osa azzardare un nome. Troppo varia è stata l’indicazione proveniente dalle urne. Come d’altronde è giusto che sia, se si considera la differente dimensione, storia, economia, legislazione, etnia, tradizione, clima, lingua di ciascuno di quei cinquanta Stati che pure han scelto di riconoscersi sotto una sola bandiera. Difficile, difficilissimo, far sì che tutti e cinquanta possano allo stesso modo riconoscersi in una sola persona, in un solo volto. Ma oggi sappiamo per certo che quel volto non è – e mai più sarà – quello incorniciato dallo spennacchiato ciuffo di Donald Trump.
Rifiutato dalla Storia, prima ancora che delle urne.

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