È in questi casi che si riscopre l’attualità dell’antica invenzione di Johannes Gutenberg e si finisce con l’imprigionare le parole eccedenti tra la prima e la quarta di copertina di un minuscolo libretto a stampa.
Così è nato «La nuda borghesia. Materiale e immateriale tra Karl Marx e Donald Trump»: breve gita storico-filosofica dalle ingiallite pagine del pensatore di Treviri fino alle deiezioni cerebrali dello spaccone di Washington. Dalle ciminiere fumanti delle fabbriche di Manchester, progenitrici dell’Età Industriale, agli invisibili ma onnipresenti bit del mondo postindustriale. Dall’età della produzione a quella della comunicazione. O, forse, dell’incomunicabilità.
Il proletariato operaio, speranza marxiana di una classe sociale che potesse sostituire l’aristocrazia nell’opera di contenimento della debordante e oppressiva borghesia ottocentesca, figlia della macchina a vapore, è definitivamente scomparso in Occidente al principio di questo secolo. Non resta che una sola classe sociale: la borghesia. Declinata in tre differenti specie: una borghesia conservatrice, una borghesia rivoluzionaria, una borghesia progressista.
La prima può contare su chiunque possieda qualcosa che meriti d’esser conservato; la seconda su chi nulla ha o tutto ha perso, ed è pronto a uccidere pur di impadronirsene; la terza su chi pensa che, indipendentemente dalla propria condizione, esista sempre e comunque una possibilità di miglioramento.
Le tre borghesie hanno in comune una sola certezza: quella di non doversi più confrontare con un nemico esterno: con un’altra classe sociale, aristocratica o proletaria, in grado di contrapporsi.
Rimasta sola in casa, la borghesia s’è messa comoda: in mutande e pantofole. Una nuda borghesia che nemmeno sente più il bisogno di darsi un tono scimmiottando aristocratici portamenti o umiliando un proletariato analfabeta ormai estinto. Alla fine dizione ha sostituito il turpiloquio, al pensiero l’istinto, all’armonia il rumore, alla meditazione l’improvvisazione, alla bellezza la volgarità, alla verità la menzogna, alla pace la guerra.
Può ancora avere un senso, alle soglie della lunga tornata elettorale europea, catalogare il mondo con le vecchie etichette di destra, centro, sinistra? La destra di Vannacci è ancora quella di Montanelli? È conservatrice o rivoluzionaria? E una sinistra che parla solo di bonus, elemosine, aiuti e simili carità è più vicina a Peppone o a Don Camillo? E un centro che salta da un piatto all’altro della bilancia, piuttosto che cercar di tenerli in equilibrio, è conservatore, rivoluzionario o progressista?
Come riconoscere, oggi, una vera sinistra da chi di quella qualifica indegnamente si adorna?
Nel Terzo Millennio, una vera sinistra o è progressista o non è.
O è capace di smuovere il mondo un passo più avanti, o di sinistra non è. I passi indietro appartengono alla reazione, lo star fermi a chi ha rinunciato ad esistere.
Progressista è costruire strade, ponti e ferrovie, come oggi in Europa o in Cina. Non lo è scatenare guerre predatorie contro nazioni pacifiche e disarmate, come in USA o in Russia.
Progressista è prendersi cura della popolazione, offrendo a chiunque pari condizioni di partenza, dall’istruzione alla sanità, così che ciascuno divenga padrone del proprio futuro, al riparo da qualsiasi tentativo di sfruttamento.
Progressista è ricercare la verità e combattere la menzogna: perché soltanto la prima esiste in natura, mentre la seconda ha sempre degli (interessati) genitori.
Progressista è mangiare del frutto la polpa e sputare il seme: leggere e comprendere quel che menti illuminate hanno scritto prima di noi, nutrendosi di quel molto che ancora c’è di utile e di buono e tralasciando l’immangiabile.
Progressista è saper riconoscere a naso tutto quel che progressista non è. Si tratti di una mancetta elettorale o di un diritto cancellato.
Progressista è saper considerare come e quanto il mondo, tra alti e bassi, rallentamenti ed accelerazioni, glaciazioni e guerre, bellezze e crudeltà, salute e malattia, dall’età della clava ad oggi sia indubbiamente progredito.
Inoppugnabile dimostrazione, certificata da trecentomila anni di Storia, di come il Progresso sia con tutta evidenza il solo possibile destino di tutta l’umanità.


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