Da quella povertà gli Italiani ne sono usciti alla grande. E non depredando i vicini ma, al contrario, stringendosi l’uno accanto all’altro. Trovando il coraggio di guardarsi allo specchio e raccontarsi a se stessi, come doviziosamente testimonia la straordinaria epopea della (ex) grande cinematografia italiana.
Molto ha fatto il cristianesimo, consolatoria religione del «povero è bello», e non solamente a parole. L’oratorio fu per lungo tempo la sola alternativa alla strada, in quel tragico dopoguerra seminato di bimbi orfani e abbandonati, e le scuole religiose affiancarono più che egregiamente le poche scuole statali rimaste.
Chi poi nutrisse poca o nulla simpatia per quegli attivi Don Camilli, poteva sempre accodarsi ai Pepponi del risorgente Partito Comunista Italiano. Ma anche sotto la rossa bandiera, la musica poco cambiava: all’oratorio fece da contraltare la Casa del Popolo, alle scuole religiose la scuola di partito. Bianca o rossa che fosse, quella scuola sconfisse per la prima volta l'analfabetismo che ancora affliggeva il 13% di una popolazione ferma per il 90% alla sola licenza elementare. E accese mille e mille speranze.
Poveri, ma guidati. Dal prete o dal compagno, ma guidati.
Funzionò.
Settantacinque anni dopo, svuotate le chiese ed ancor più i partiti, chi guida le larghe masse deluse ed egoisticamente insoddisfatte dei nostri giorni? Una televisione che accende sogni e moltiplica i bisogni? O una rete senza rete dove persino i capi di Stato si abbandonano ad asineschi insulti conditi dal più becero turpiloquio? O un’arte non più opera d’arte ma artificiale, tavola imbandita con gli avanzi di un tempo che fu, mal riscaldati e mal conditi?
Il tragico effetto è sotto gli occhi di tutti. Circola molto più malcontento tra gli Italiani di oggi, l’82% dei quali vive in case di proprietà, elettrificate, igienizzate, climatizzate e ben arredate, proprietari di una o più automobili, con illimitate possibilità di studiare ed elevarsi, che tra quei ragazzini scalzi che calciavano la palla di stracci sul sagrato della parrocchia.
Cosa dunque è venuto a mancare, oggi che chiunque può facilmente disporre di cibo, vestiario ed alloggio in quantità e qualità fino a poco tempo fa inimmaginabili, di straordinari mezzi di comunicazione e di produzione alla portata di tutti?
Forse è venuta a mancare la speranza, motore inarrestabile di ogni grande o piccola impresa. Quella speranza che muove le braccia del naufrago che sa di dover raggiungere la terra ferma. Che fa chinar la schiena al contadino in vista di un dubbio raccolto. E chinar la testa a chi per sopravvivere si ritrova costretto a servire.
Se di questo si tratta, occorrerebbe interrogarsi su quali siano oggi i nemici di ogni speranza, chi o che cosa possieda tanta forza da spegnere questo innato sentimento, da sempre presente in ogni essere animato, e trasformare ogni sana e legittima aspirazione nel suo esatto contrario: non più speranza, ma disperazione.
* * * *
Due cose animano tanto le braccia del naufrago che quelle del contadino: la conoscenza e la forza.
Il naufrago si sbraccia perché ha nel corpo la forza per farlo, ma anche (e soprattutto) perché conosce il suo mare e sa che la terra è lontana, ma non irraggiungibile.
Il contadino zappa perché ha nel corpo la forza per farlo, ma anche (e soprattutto) perché conosce il suo campo e le stagioni, e sa che il raccolto finirà col ricompensare ogni fatica.
Forza e conoscenza erano anche gli ingredienti del vecchio oratorio: calcio, corsa, pallacanestro per nutrire il corpo; cattedra, prediche e conversazioni per nutrire la conoscenza.
Nelle società evolute, quei compiti un tempo assolti dalla Chiesa o dal partito sono oggi affidati alla scuola. Là dove una scuola esiste.
Una scuola fatta non soltanto di corsi di studio, ma anche, e soprattutto, di occasioni di quotidiano incontro e confronto. Un’alternativa alla famiglia che prepari l’adolescente all’inevitabile distacco. Dal nutrirsi delle briciole d’una vita altrui al panificio di una vita propria.
Commuove passeggiare per strada e intravedere dalle finestre di una scuola luci ancora accese a notte fonda. Là dentro c’è un ragazzo che non riesce a chiudere le pagine di un libro che lo avvince, che spia il passato tra vecchi dischi e vecchie pellicole, che impara a dominare uno strumento musicale, o un macchinario solo apparentemente complesso. O anche, più semplicemente, svuota il proprio animo coi compagni, scambiandolo con pezzi del loro. Un ragazzo che ha fame di crescere.
L’alternativa è la solitudine, con un telefonino per amico. Un amico che molto prende e poco dà. Ruba il tempo, unico bene esauribile della vita umana, e dona in cambio facili illusioni: sconfiggere mostri spaziali con la mossa di un dito, sognare di arricchirsi col gioco d’azzardo, spogliare il mondo con la pornografia, viaggiare per cinque continenti senza mai alzarsi dal divano. E in quella immensità s’annega il pensier suo. Sempre che un pensiero davvero suo, al moderno teleschiavo, abbia mai attraversato la mente.
Il furto di vita non è il solo risultato che un telefonino in mano a un ignorante inevitabilmente produce. Molto più deleterio, fonte di rancore e insoddisfazione, è l’annullamento di ogni alibi all’inazione.
Un telefonino non è soltanto un potente mezzo di comunicazione: è anche un mezzo di produzione praticamente a costo zero. Con un qualsiasi telefonino puoi girare un film, un documentario o scattare straordinarie fotografie. Puoi far televisione e trasmettere i tuoi programmi a otto miliardi di persone. Puoi disegnare oggetti, macchine, edifici. Puoi comporre e registrare musica. Puoi scrivere e pubblicare libri, e diffonderli ovunque.
Se non riesci a farlo, non puoi più accusare la sventurata sorte, che ti impedisce di accedere ai mezzi di produzione: quelli li hai già in tasca. Ti mancano invece la forza e la conoscenza. E di quella mancanza non puoi accusare nessun altro all’infuori di te. Non hai più alibi. E non ti resta che la rabbia: Ma è una rabbia verso te stesso, e tu non l’accetti, e cerchi un responsabile altro da te. Come un Salvini o una Meloni qualunque. Può essere l’establishment, i poteri forti, i super ricchi, il fascismo o il comunismo, l’emarginazione, Israele o la Russia, chi cerca di convincerti che la terra è tonda e non piatta, gli extraterrestri, l’Islam o i pochi soldi in tasca.
Nel dubbio, decidi che questo mondo non ti piace, e che è meglio distruggerlo. Non prima d’averne magari assaggiato un po’, rubando qualche buona bottiglia e indossando quel bel giubbino, o le scarpette che hai sempre sognato. Che distano da te solo mezzo centimetro di fragile vetrina.
Volevi distruggere il mondo, ma hai distrutto te stesso.
Credendo, egoisticamente, d’esser tu il mondo.

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