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Cui prodest?

Cui prodest? A chi giova lasciare coscientemente i centri storici delle città italiane in mano a bande armate di adolescenti impuniti e impunibili in cerca di facili rapine, muri da sbombolettare, lavoratori da bastonare, beni pubblici da devastare e tanti, tanti, tanti filmati a volto scoperto di cui inorgoglirsi sui social?

Questo è accaduto ieri a Milano. E non nelle più fetide periferie cittadine, ma sotto gli occhi stupiti della madunina, tra la Galleria e i templi dello shopping. 

Se Milano aveva a ragione la pessima fama d’esser diventata una di quelle località italiane dove il solo modo per ostentare un Rolex al polso è quello di farselo tatuare, oggi si rischia la pelle per un paio di scarpe appena luminescenti o un giubbino comprato in negozio anziché al mercatino. Anche un fazzoletto usato è da ieri una preda ambita, per le bande impadronitesi del centro di Milano. Visitatori e turisti sono avvisati. 

Inutile chiedersi cosa non abbia funzionato. La sicurezza cittadina è competenza esclusiva del Governo, nella persona di quel ministro dell’Interno che è rappresentato a Milano dalla figura del Prefetto, massima autorità locale in materia di ordine pubblico col supporto tecnico della Questura, braccio operativo della Pubblica Sicurezza. 

Ma il ministro, lungi dal tirar le orecchie al prefetto, ha preferito scaricare il pesante barile sulle spalle dell'incolpevole sindaco meneghino, due volte vittima, impedito per legge tanto a prevenire che a perseguire i molteplici crimini posti in essere da cento ragazzini in assetto di guerra. 

• Cosa non ha funzionato?

Tutto. 

• Chi ci ha guadagnato?

I giovani criminali, certo, ma in minima parte: giusto due ciabatte e qualche telefonino. Certamente meno di quanto incassato dal governo, che scaricando tuoni e fulmini contro l’innocuo sindaco Sala ha gettato benzina e cherosene tanto sul confronto elettorale nazionale che su quello cittadino: paghi nulla e prendi due. 

A far festa (un silenzio vale più di mille parole) anche i vannacciari, pronti ad accusare domani i melonari di non aver saputo gestire l’ordine pubblico, ripudiando tanto il manganello che l’olio di ricino. 

Gioia anche in casa Conte e AVS, riusciti nell’intento di trascinare nel campo rivoluzionario un piddì tendenzialmente conservatore, illusi entrambi di poter trasformare in schede le piccozze, le mazze e i petardi di dodicenni lasciati liberi di massacrare e distruggere, ma non certo in età di voto. 

Festa grande anche in casa (casupola) Lega, lesti a caricare il fucile con le ennesime leggi a salve (a Salvini): tanto chiassose quanto inutili e pleonastiche. Sarà istituito il già esistente divieto di saccheggio? O il divieto di furto? O quello di demolire negozi? O di tirar pietre ai passanti? 

Torta e fuochi d’artificio in casa Putin, che col compare di Washington tenta di convincere il mondo di quanto dannosa e deleteria sia la libertà distribuita a piene mani dalla civile Europa, e quanta maggior felicità siano in grado di regalare ai popoli la gogna, la tortura, il cappio e la fucilazione. Meglio se in diretta streaming.  

• Chi ci ha rimesso?

Certamente chi pensava che la pubblica strada fosse sicura quanto il corridoio di un centro commerciale, tanto da aprirci un negozio senza due o tre guardie armate all’ingresso. Ma anche chi ha parcheggiato l’auto nel posto sbagliato. E i molti turisti (forse gli ultimi) che continuavano ad aggirarsi con le tasche piene tra le vetrine spaccate e vuote. 

Ci ha rimesso anche la credibilità del ministro dell’Interno (a breve il film: «E le stellette stanno a guardare»), mentre campane a morto suonano intorno all’inaspettata candidatura della Schlein, che sulle «giovani (de)generazioni» aveva incoscientemente deciso di giocarsi il voto. 

Si valuta almeno un milione di euro dei danni, ma incalcolabile è il crollo d’immagine della città di Milano. Saranno forse le quotazioni immobiliari a certificarlo. Ma quando una città da attrattiva diventa repulsiva, da sicura insicura, da ordinata disordinata, da pulita sporca, da frequentabile infrequentabile, il suo nome scompare da quella Michelin virtuale che ogni potenziale visitatore custodisce nella propria mente. 

Meglio andare altrove.



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