Chi artificiosamente lamenta la «politicizzazione» del terzo ordine dello Stato, la Magistratura, sappia che il vero ordine politicizzato è da qualche decennio il Parlamento: subdolamente degradato da organo di rappresentanza ad organo politico. Quello che fu il sogno dittatoriale della bicamerale D’Alema (1997), fortunatamente stroncato allora sul nascere.
A peggiorar le cose vi è poi il fatto che in Italia è consentito ai parlamentari far parte anche del Governo, e molti di loro già si dilettano in due ruoli che la Costituzione vorrebbe invece separati ed opposti: quello di dare ordini, che è mestiere del Parlamento, e quello di eseguirli, compito che spetta invece al Governo.
Con la nuova legge, che regala ai partiti il privilegio di designare con nome e cognome i futuri parlamentari, in qual modo quella risicata metà d’italiani che ancora frequenta le urne potrà deporre la sua (inutile) scheda senza doversi a un tempo vergognare della propria nazione e di se stesso?
Sono ormai cent’anni che il tenente Eugenio Montale – oppositore di un Fascismo ancor caldo del sangue di Matteotti e dispensatore di certezze – piuttosto che aggiungerne di proprie preferì denunciarne al mondo la totale assenza: «Codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».
Sola verità tra le perentorie asserzioni del Fascismo di ieri; sola verità fra le roboanti dichiarazioni dei fascismi di oggi.
Se oggi è dunque negata all’elettore ogni possibilità di esprimere con un tratto di matita «ciò che siamo e ciò che vogliamo», non resta che affidarsi alla certezza del «quel che non siamo e quel che non vogliamo». Non sappiamo in che modo e per chi votare, ma non v’è dubbio alcuno su chi è più opportuno non votare. Ed è a quest’ultima libertà rimasta che dovremmo affidare la nostra scelta/non-scelta.
Tra ciò che non vogliamo vi sono le troppe formazioni rivoluzionarie, ansiose di distruggere quel che altri hanno costruito: dai rimasugli della Lega ai CinquePutin, da un rancoroso Vannacci in cerca di vendette al duo Frate Gianni & Verdelli, in aperta competizione con la Chiesa. A seguire, i pochi partiti conservatori, che comprendono la maggioranza di un Partito (non più così) Democratico, una piccola parte dei convertiti appesi ai pantaloni della Meloni e quindi i tardoberlusconiani di Tajani.
Resterebbero le formazioni progressiste, se mai ce ne fossero di realmente tali. Ma il Progresso, in questo particolare momento geopolitico, scosso da guerre prive di senso così come dalla mancata percezione della fine dell’Età Industriale in Occidente, non può consistere in altro se non in una forte, fortissima accelerazione verso la costruzione di un autentico Stato Federale Europeo: quello che i rivoluzionari non soltanto non vorrebbero veder mai realizzato, ma che si sforzano di demolire anche in quel pur minimo accenno di fondamenta che sono al momento l’Unione Europea, l’Eurozona, l’Area Schengen: una bozza di Stato, una bozza di moneta comune, una bozza dei futuri confini.
Ancor meno sono disposti ad operare in tale direzione i partiti conservatori, interessati per definizione a mantenere l’esistente: nello specifico un’Unione Europea priva di poteri legislativi, esecutivi e giudiziari. Non uno Stato con propri confini, proprie leggi, una propria moneta ed un proprio esercito, ma un insieme di trattati – per lo più a sfondo produttivo-economico – tra nazioni ben determinate a restare politicamente divise, con ventisette capi di Stato, ventisette parlamenti e ventisette governi. Buona parte dei quali di fatto disarmati dai Trattati di Parigi del 1947,
Una forza politica che voglia definirsi «progressista» non può esimersi dal dichiararsi apertamente «Eurofederalista». Non genericamente «europeista», aggettivo onnicomprensivo e poco significante, ma realmente «eurofederalista», che abbia in cima al programma la ferma intenzione di battersi per dar vita ad uno Stato Federale Europeo.
Quante forze politiche eurofederaliste potremmo presumibilmente trovare sulla scheda?
In linea teorica, almeno tre, seppur di minime dimensioni.
Tra queste vi è certamente «Più Europa«, nata da una costola del precedente Partito Radicale, che già nel nome dovrebbe auspicabilmente schierarsi a favore di uno Stato Federale Europeo. Quindi «Azione», i soli a fa uso del termine «eurofederalismo» nei loro scritti, infine «Italia viva», prudentemente appollaiata su più punti di vedetta: un occhio volto all’impossibile campo largo, nell’illusione di poterlo coltivare in esclusiva, l’altro verso il progetto eurofederalista, e ancora le adunche mani verso il potere fine a se stesso, in qualsiasi veste lo si voglia adornare o nascondere.
Partiti che mai potranno vincere. Secondo la profezia meloniana.
Ma che significa «vincere»?
Le elezioni parlamentari non sono (non dovrebbero essere) un incontro sportivo tra partiti. Sono piuttosto lo strumento attraverso il quale il popolo sovrano esprime i propri rappresentanti, così che le Aule possano parlare in sua vece.
Camere e Senato non hanno alcun bisogno dei partiti. Anzi: ne escludono formalmente la presenza, se è vero che gli eletti si riuniscono in «gruppi parlamentari», e non in sezioni di partito.
Una vera legge elettorale dovrebbe restituire ai votanti la perduta libertà di scelta: quella di poter indicare in piena autonomia i propri rappresentanti.
Un Parlamento ridotto a somma di fedeli schiavi di partito altro non sarebbe che uno spreco di tempo e di denaro: tanto varrebbe nominare un rappresentante per ciascun partito il cui voto in aula sia proporzionale al peso della sua parte politica. Ma non sarebbe questo quel che la Costituzione ha a suo tempo immaginato e posto per iscritto, e che adesso vorrebbe e pretenderebbe veder realizzato
Quel che la Costituzione impone è che in aula non siedano soltanto i portavoce della libere associazioni (un tempo «Camera dei Fasci e delle Corporazioni») ma una molteplicità di eletti che rappresentino nella loro più ampia varietà l’intero popolo italiano. Malpensanti inclusi, purché in misura proporzionale e possibilmente non maggioritaria.
Potremmo onestamente sottoscrivere che la legge sartoriale taylor-made attualmente in discussione consenta di formare un Parlamento dove tale molteplicità sia quantitativamente e qualitativamente rappresentata, e non invece sostituita da un pubblico mercato dove vocianti e petulanti schiere di lavandaie e imbonitori strillano in aula quel che è stato imposto loro da un partito?
Metà degli italiani si rifiuta di farlo, preferendo il materasso all’urna.
All’altra metà non resta che una sola arma: quella di Eugenio Montale.
Se davvero è impossibile votare per chi neppure conosce la propria natura, ed ancor meno in quale direzione andare, meglio turarsi il naso ed apporre una sofferta croce su quel poco che resta: il più lontano possibile da quel che NON siamo e da quel che NON vogliamo.

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