Poi accendi la tivù, guardi i telegiornali e vedi con i tuoi occhi l’edificio che ospita quella sventurata scuola. Non i maestosi edifici per mezzo dei quali, sin dalle architetture, le prime scuole pubbliche in Italia (1888) trasmettevano ai giovani le illimitate ambizioni del Regno, ma un immondezzaio dai muri scrostati e scarabocchiati, ringhiere arrugginite, pavimentazioni divelte e persino la targa della scuola indegnamente lurida, pasticciata e sbrecciata.
Se quello è lo stampo, simile ad esso sarà il prodotto. Se tanta sporcizia è il volto con il quale la Repubblica Italiana si presenta al vergine sguardo degli apprendisti cittadini, e quei muri cadenti l’immagine del futuro che per essi la Nazione prospetta, le scuole del vostro Stivale altro non potranno inculcare nei giovani se non risentimento, disgregazione, ribellione, vendetta. Istinti che trovan poi regolarmente la via della bomboletta spray, della rissa in cortile, dei vetri spaccati, degli infissi sradicati o dell’insegnante accoltellata sulla cattedra. Certificazioni non scritte di come e quanto la scuola abbia fallito nel suo primario compito. Che non è (soltanto) quello di iniettare conoscenze, ma anche (e soprattutto) quello di formare ed affratellare i futuri concittadini.
Se così non fosse, se non servisse alla nazione prima ancora che all’individuo, una scuola di Stato non avrebbe ragione di esistere. L’uguaglianza nasce sui banchi, e con essa il senso dei comuni diritti e del reciproco rispetto. Ciascuno col suo differente futuro ancora da scrivere, ma tutti rigorosamente uguali sulla linea di partenza.
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Simili considerazioni dovrebbero spingere un sano governo a trovare al più presto efficaci soluzioni: edifici presentabili, funzionali, puliti e sorvegliati giorno e notte; apertura serale per doposcuola, esercitazioni pratiche, attività ginniche e/o musicali, cinema e spettacoli, incontri conviviali. Last but not least, quel che solo e soltanto l’Italia inspiegabilmente ripudia: l’ambulatorio medico nelle scuole d’ogni ordine e grado.
Provvedimenti concreti, insomma. E nulla da inventare: solo da copiare.
E invece no. Tutto quel che il governo italiano ha saputo escogitare, in puro stile «rave» è stato l’annuncio di un possibile futuro decreto volto a limitare la percentuale di «stranieri» presenti in ciascuna classe (intendendo per «stranieri» anche i molti nati in Italia da almeno un genitore non italiano) e ad imporre il divieto di indossare in classe il burka o il niqab (divieti peraltro già esistenti).
Quando saranno infine riposte, nel 2027, le trombe elettorali, quasi sicuramente un tanto inutile latrato svanirà in quel medesimo nulla dal quale è nato.
Il tema degli alunni stranieri, infatti, ha già trovato risposta nelle disposizioni del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, «Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri», Febbraio 2014. Quanto alla percentuale massima del 30% per gli alunni stranieri per classe, quel limite era già stato fissato dallo stesso MIUR con circolare e comunicato stampa dell’8 Gennaio 2010.
Circa poi il burka e il niqab, abbigliamenti tradizionali che ricoprono nel primo caso l’intero corpo, nel secondo lasciano scoperti gli occhi, inutile ricordare che, trattandosi di travisamento in luogo pubblico, il divieto di indossarli è già esplicitato tanto dall’art. 85 del Testo Unico di Pubblica Sicurezza (che recepisce il Regio Decreto 18 Giugno 1931, n. 773), che dall’art. 5 della legge n. 152/1975.
Che metà del Parlamento, occupato ormai non da uomini di Legge, ma da tirapiedi di partito, non sia più in grado di scrivere una norma legislativa, ci può anche stare. Ma che eviti con cura di leggere quelle già esistenti, non va certo a suo onore e lode.
È davvero con queste misere carte che i contendenti in gara si illudono di poter sedere al tavolo della sempre più vicina partita elettorale, e magari uscirne ricchi piuttosto che pelati?
Per adesso, altro non giunge all’orecchio che un sovrapposto vociare di puntate e rilanci: basta bollo per auto e moto, quindicimila euro a te, casa e cibo gratis agli altri, pensione a cinquant’anni, stranieri fuori dalla scuola...
Carte in tavola, però, nessuno ne ha ancora calato.
È pur vero che anche con un bluff si può vincere il piatto, se si è circondati da sprovveduti.
Ma è bene ricordare che ben altra sorte attende chi al gioco ha invece barato. Non col celare (legittimamente) le proprie carte, ma sventolandone di false.
Perché infine saranno le urne a parlare.
Quelle elettorali, per i primi. Quelle cinerarie, per i secondi.

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