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Passi falsi

Ancora una volta il ruggito del governo si è spento in un misero raglio. Per di più su un tema identitario come la difesa dei confini, caro alla destra (quella vera) non meno di quel diritto di proprietà oltraggiato dall’impunita occupazione di terre ed edifici e di quella promessa di ordine e sicurezza ben lontana dall'esser mantenuta.

Pare proprio che la scompaginata compagine, in particolare le due ali spiumate che dovrebbero innalzare in volo la virago incaricata di comandarli, non sia né politicamente né tecnicamente in grado di dar soluzione a questioni da tempo abbondantemente legificate e dunque agevolmente risolvibili applicando le norme già esistenti, anziché fantasticarne di nuove. 

Il primo finto ruggito s'è udito in occasione del minacciato rave modenese: quando anziché metter mano ai Codici e perseguire i violenti, gli invasori e distruttori di altrui proprietà, i venditori abusivi, gli spacciatori, gli organizzatori illegali di pubblici spettacoli e via delinquendo, si è preferito innalzare al Cielo l’impotente raglio di un decreto tanto severo quanto inapplicabile. Sei anni di carcere (virtuali) in luogo di molte mancate contravvenzioni e denunce (reali).

Allo stesso modo si vorrebbero impinguare i forzieri dello Stato allargando, anziché tapparla, quella groviera di buchi attraverso i quali truffatori ed evasori sistematicamente li depredano, lasciando aperti i rubinetti guasti di bonus e condoni e rendendo leciti gli acquisti in contanti fino a cinquemila euro per botta.

Infine, non sapendo come rendere più efficienti i controlli alle frontiere, anziché osservare quel che i trattati sottoscritti impongono, ci si inventano nuove norme giuridicamente inconsistenti pur di non applicare le molte che invece già esistono, coprendo le inadempienze coi poderosi ragli di una caciara internazionale volta a impedire l’attracco di quei navigli dediti al salvataggio on demand, ma guardandosi bene dal verificare puntualmente alla frontiera la documentazione di chi richiede – e talora pretende – di entrare illegalmente nel Paese

Non è con leggi speciali, minacciando di affondare le navi-taxi degli interessati soccorritori, pagati dai loro Paesi per intercettare all’origine i flussi e scaricarli sull’isolotto italiano, che si rafforzano le frontiere, ma con doganieri alla sbarra che controllano i documenti e autorizzano o meno l’accesso. Né più né meno quel che impone ai Paesi firmatari l’art. 5 della Convenzione di Schengen, che mentre allenta i controlli ai confini interni, ne rafforza i confini esterni. Che non sono «i confini dell’Europa», come capita di udire persino dalle labbra di qualche ignaro ministro, ma quelli dello Spazio Schengen, di cui solo 22 dei 27 Stati dell’Unione fanno parte, insieme con altri 8 Paesi extracomunitari tra i quali la Svizzera, la Norvegia, l’Islanda.

È dunque ridicolo, prima ancora che inutile, pretendere dall’Unione Europea, che nulla ha che fare con quelle nazioni e nulla può loro chiedere o imporre, ricollocazioni e ripartizioni di quegli immigrati irregolari che ciascun Paese Schengen è ovviamente libero di accogliere per motivi umanitari, se proprio lo desidera, ma che poi (art. 5 c. 2 dell’omonima Convenzione) è obbligato a tenersi in casa. 

Il risultato del mancato ruggito, rivelatosi il consueto fragorosissimo raglio, è stata la crisi diplomatica con un Paese amico come la Francia, la cui disponibilità su base volontaria ad accogliere un certo numero di finti naufraghi scaricati sulle loro coste è stata sventolata da alcuni ministri italopadani come un colossale schiaffo ai gallici vicini, e non come grazia ricevuta. 

Se è vero che un buon governo dovrebbe somigliare ai migliori motori d’automobile: silenzioso, potente, efficiente e a basso costo, come giudicare una tal litigiosa truppa, rivelatasi sinora chiassosa, impotente, inefficiente e impaziente d'allentare i cordoni di una borsa non sua?

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