Figurarsi, poi, se quell’edificio neppure è un condominio – come non lo è mai stato l’Unione Europea – ma una piazza sulla quale liberamente si affacciano le più svariate tipologie di costruzioni: condominii veri e propri, come la Germania Federale, l’Austria o il Belgio; eleganti palazzi d’epoca, come la Francia, l’Ungheria, il Portogallo, l’Italia; antiche residenze regali, come la Spagna, l’Olanda, la Danimarca, la Svezia; eleganti dimore nobiliari, come il Lussemburgo; piccole case con grandi giardini, come la Finlandia...
Fino a pochi anni fa, della loro sicurezza si occupava una ditta esterna denominata NATO, con proprie guardie e postazioni fisse per strada. Ottimo istituto di vigilanza, un tempo, ma da un anno a questa parte in evidente crisi: il socio di maggioranza minaccia di cedere le proprie quote, le postazioni in strada vengono progressivamente smantellate, aumenta la criminalità nei quartieri vicini. E con essa i più insani appetiti.
Tra chi abita la piazza, vi è chi (più o meno interessatamente) suggerisce di affidarne la sicurezza ad un’altro istituto, con sede a Mosca. E c’è anche chi propone di costruire da zero un proprio sistema di difesa comune. Mission impossible, senza decidere prima chi paga e chi comanda. E infine i consueti iperottimisti, con lo sguardo limitatamente vagante dal divano imbottito alla tavola apparecchiata, lesti a sgonfiare ogni men che benevola ipotesi: «Siamo ingrassati in pace per tre quarti di secolo, perché non potremmo continuare a farlo per i prossimi tre millenni?».
Perché se è vero che gli amici li scegliamo noi, i nemici sono loro a sceglierci. E più cresce il benessere e la felicità delle popolazioni europee, più cresce l’invidia di quei vicini incapaci di fare altrettanto: si tratti di popoli selvaggi come i nullafacenti bevitori delle pianure del Volga, o di potenze industriali in declino come le antiche colonie d’oltre Atlantico. Al momento i due più pericolosi nemici dell’Europa: ieri possenti e vincitori, oggi schiacciati sotto i talloni di due cieche infami dittature.
Guai a spaventarsi! Nell’ultima guerra furono due europeissime dittature a dichiarar guerra al mondo, e ne uscirono indecorosamente annientate. Non si vede per qual motivo dovrebbe andar meglio alle attuali dittature extraeuropee. Nessuna dittatura ha mai oltrepassato i pochi decenni di vita.
Normalmente, ladri e assassini stanno chiusi in casa loro, nell’attesa che giunga ad essi la notizia di un bottino tanto facile e appetitoso da indurli a sollevarsi dal letto, e faticare per impadronirsene. Se Russi e Yankees minacciano dieci giorni sì ed uno no il Vecchio Continente, aggredendolo con parole e con azioni (dazi, incursioni, minacce militari, pressione sui confini, dilagante propaganda), non v’è dunque miglior prova che il suolo europeo sia ancora per essi il più desiderabile tra i bottini.
Appurato pertanto che un nemico della vecchia Europa realmente esiste, se non due, e che la risposta non può certo essere un preventivo attacco (non disponendo l'Unione di alcun tipo di moderno armamento), alla ridente piazza Europa non resta altra soluzione che la difesa. E non una difesa fai da te, differentemente esercitata in accordo con la tipologia dell’edificio (guardie reali per le regge, vigilanti per i condominii, rifugi per le piccole dimore) ma una vera difesa comune. Nessuno potrebbe dire d’aver vinto alcunché, pur riuscendo a mettere al sicuro la propria casa, se poi dovesse trovarsela circondata dai ruderi anneriti di chi non ha potuto fare altrettanto. Non c’è da salvare soltanto un tetto, ma una piazza, un vicinato, un quartiere. Una Storia.
Una vera difesa europea non potrà che essere necessariamente comune. E il primo requisito affinché ciò avvenga è che chi abita quella medesima piazza si faccia comunità. Non un comitato di quartiere, buono per arrostir salsicce da donare ai poveri, ma un vero e proprio Comune autonomo, col suo sindaco, la sua giunta, i suoi vigili urbani, e il potere di riscuotere quanto necessario al mantenimento della comune sicurezza e del comune benessere.
L’Europa deve farsi Stato, se vorrà sopravvivere. E dovrà farlo in fretta. O finirà sbranata e divorata da quelle stesse fauci che, a loro tempo, non esitarono a spaccarla in due parti divise da un alto muro, ciascun vincitore intento a sbranarsi la propria, ma sempre con gli occhi fissi sulla fetta dell’altro.
Inutile immaginare vie alternative, forse a prima vista più indolori ma certo inefficaci. Inutile tentar di costruire un’auto nuova coi pezzi di ventisette vecchie auto, per giunta differenti per marca, anno e cilindrata. Anche miracolosamente riuscendoci, non si otterrebbe che una macchina rabberciata e priva d’autista, dunque incapace di muoversi. Dal momento che le guerre sono affare dei capi di Stato (l’autista), ed un capo di Stato l’Europa non ce l’ha, così come neppure possiede uno Stato.
E senza un capo di Stato neppure può disporre di quella rigida linea gerarchica che dal vertice delle forze armate trasmette il medesimo comando fino all’ultimo dei fanti.
* * * *
Se questo è il minaccioso scenario, desta stupore il fatto che una tale urgenza d’ordine militare, e dunque politico, non stia al centro del dibattito nell’imminente vigilia di quella rapida sequenza elettorale che rischia di travolgere ogni cosa a Stoccolma come a Madrid, a Berlino come a Parigi, a Roma come a Varsavia.
Tra strilla, insulti, minacce e turpiloquio, di tutto si discetta nelle ribalte televisiva e politiche, tranne che del futuro dell’Unione e delle intollerabili intimidazioni di tanti dichiarati nemici. Accolte con la medesima indifferenza di quei bimbi intenti ad azzuffarsi per la palla in cortile, incuranti di chi in quello stesso momento tenta di incendiare la casa dove anch’essi vivono. Per quanto a sbafo.
Rifiutare la realtà e negare l’evidenza fa parte dell’istinto di ogni bimbo. E meno innocentemente fa parte del modo di (non) pensare di una classe politica affinatosi in trent’anni di cancellazione del diritto di voto: dove ogni elettore può eleggere chi vuole, purché sia tesserato a un partito e indicato da quel medesimo partito. Non una libera scelta, ma una guidata ratifica. E quella superstite manciata di uomini non disposta a svendere in tal modo la propria dignità, o si astiene dal voto, o tenta di scorgere tra i sottozoccoli di partito qualche residuo di testa semipensante che possa (a naso ben turato) in piccola misura meritarselo, quel voto. Artifizio di anno in anno sempre più difficile.
Inutile tentar di orientarsi tra le urne con la vecchia bussola del destra-centro-sinistra. Di destre se ne fabbricano almeno di due specie: una rivoluzionaria e l’altra conservatrice; il centro non è più l’ago della bilancia, ma quell’invisibile puntino nel cuore del bersaglio; di sinistre ne puoi avere in versione conservatrice (se ha accumulato cariche e poltrone in quantità degna d’esser conservata), ma anche di specie rivoluzionaria (se c’è da spaccar vetrine e impadronirsi dei beni altrui, o anche, più pacatamente, con un’imposta addizionale patrimoniale), e in piccole dosi anche nella specialità progressista (sempre più rara, a meno che l’oggetto del progresso non sia la propria persona, anziché la nazione o il mondo).
Conservazione-rivoluzione-progresso è la nuova bussola che ciascuno dovrebbe aver in tasca al momento del voto. Che differenza c’è tra un Vannacci e un Conte, entrambi a modo loro rivoluzionari, se non l’arma con cui poter demolire la Costituzione, lo Stato, la collocazione internazionale del (non ancora loro) Paese? Come giudicare una Schlein che volta le spalle all’onorato partito dei Berlinguer per sfilare sotto le bandiere di Hamas nella speranza di conquistare in tal modo il favore di quegli strafatti bombolettari spaccavetrine che ella (Elly) insiste ad identificare con le «giovani generazioni», tanto «giovani» da scimmiottare pedissequamente il peggio del peggio di quelle vecchie, dalla P38 alle Brigate Rosse? E che dire di un Renzi che, per quanto dotato di cervello ed energie, niente sa far di meglio che proporsi all’asta al miglior offerente?
Non si vede alcun segno di autentico progresso, all’orizzonte. E neppure un condiviso auspicio o un sincero desiderio in tal senso. Sebbene mai come oggi una così larga via verso il progresso sia sotto gli occhi di tutti, in Europa. Mai così ben tracciata, mai così ben delimitata, mai così ben indicata: quella dello Stato Federale Europeo.
Non più procrastinabile (non ce lo consentono i nemici), non più evitabile (ce lo chiedono gli amici).
Una strada dunque c’è. La sola praticabile. Quel che invece ancora manca sono persone in grado di illuminarla.
Non state qui ad attenderle. Aprite gli occhi, fatevi luce da voi e incamminatevi. La Storia vi farà compagnia.

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