Secondo classificato, col 51,02% (del 22,34% dei votanti, pari pertanto all’11,4% degli elettori), il candidato del centrodestra unito Fabio Roscioli; a seguire il campolarghista Frank Benedetto, col suo 36,59%; quindi il sassovannacciano Domenico Giannetta con un (apparentemente) luminoso 10,94% (2,44% degli aventi diritto al voto) ed infine l’ultrasinistro Francesco Toscano, con un molecolare 1,44%.
Chi sperava in una prova generale del voto parlamentare prossimo venturo, è rimasto certamente deluso. La scarsa partecipazione ha in parte minato l’attendibilità dei numeri. Resta la robusta tenuta dell’alleanza di governo, compattatasi nella lista guidata da un conservatore di rigida osservanza berlusconica, un terzo di voti avanti rispetto all’italoamericano inseguitore marchiato piddì. Duplice lettura, invece, per il risultato vannacciano. Trionfale, per chi accosta quell’11,4% all’8,5% dei crescenti sondaggi; deludente, per chi aveva annunciato una nuova Magdeburgo, scordandosi che mentre AfD riuscì in quell’occasione a schiodare dal materasso una larga fetta di ex-astenuti, i futurnazionalisti han largamente mostrato di non esserne capaci. Ed è con quel 77,66% di convinti astensionisti che andrebbe pertanto misurato l’11,4% incassato dal fu generale.
In conclusione, l’astensionismo degli scontenti cresce; il governo, in assenza di credibili alternative, regge; i vannacciani galleggiano, i rivoluzionari affogano.
Se la favola ha una morale, è questa: senza una forte identità di vedute e di programmi, il campo largo è destinato a sfaldarsi. Non si costruisce sul fango o sulle sabbie mobili: si costruisce sulla roccia, o quanto meno sul solido terreno. E se quel terreno, malauguratamente, tanto solido non è, lo si aiuta interrando profonde e robuste fondamenta. Lungo e faticoso lavoro invisibile ai più – a differenza dei gioiosi gazebo in fiore delle «primarie» – ma indispensabile, se davvero si vuole che l’edificio stia in piedi.

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