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Quirinatellum

Le grida e le contrattazioni che dal banchetto ortofrutticolo dei meloni vanno allargandosi all’intero mercatino estivo, dove venditori e friggitori d’aria, non contenti di spacciare elezioni farlocche per l’anno che verrà, già puntano il dito in direzione del Quirinale, sono la diretta quanto inevitabile conseguenza di quell’abolizione del diritto di voto che fu a suo tempo il Rosatellum.

Se non son più gli elettori a scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, ma quei partiti che un tempo si limitavano a proporli ed oggi invece li impongono, perché mai l’inquilino del Quirinale non dovrebbe venir deciso anch’esso dai partiti, piuttosto che votato (segretamente) dai grandi elettori?

Da tempo i partiti si sono impadroniti tanto del Parlamento che del Governo, ed ora tentano d’allungar le mani anche sulla Magistratura. Si salva (per ora) giusto il Presidente della Repubblica: comandante in capo delle Forze Armate, unico titolato a sottoscrivere trattati internazionali, a dichiarare guerra e a graziare i condannati.

Che una vera legge elettorale sia non solo necessaria, ma anche urgente, è un’incontestabile verità. Purché sia una normativa che restituisca all’elettore quel diritto di voto che il Rosatellum gli ha sottratto. Migliorativa, non peggiorativa.

C’è stato un tempo in cui i due maggiori partiti (DC e PCI) potevano contare insieme su due milioni di iscritti, contro i circa 200.000 dei capofila di oggi (FdI-PD). 

Ciò nonostante, guardandosi allo specchio all’appressarsi di ogni confronto elettorale e rendendosi conto di non poter disporre di un numero sufficiente di volti presentabili da inserire in lista, offrivano la candidatura a persone di riconosciuto valore, esterne al partito e inserite come indipendenti, la cui sola presenza era sufficiente ad elevare – e di molto – la qualità dell’offerta elettorale. 

Cancellata ogni libertà di voto, l’ultimo spolverachiappe o lustrastivali di partito è adesso candidabile, per giunta in più collegi, così da poter esser facilmente sostituito con altri più graditi, anche ad elezioni concluse. 

Se la qualità del Parlamento è crollata sotto zero, tra strilla da lavandaie, turpiloquio, canti, mani alzate, schiaffi e minacce, lo è perché ben oltre sotto lo zero stanno i candidati. 

Neppure il più titolato tra gli chef riuscirebbe a cucinare qualcosa di buono, se gli ingredienti fossero tanto avariati, insipidi e immangiabili.

Eppure, ciò di cui si discute in questi giorni nell’Aula non è la qualità degli ingredienti, ma l’entità del premio da assegnare al cuoco che riesca a sfornare un piatto appena meno repellente di quello dei suoi concorrenti. Al tavolo, in attesa delle millantate prelibatezze, siedono i mancati elettori: ridotti a meri spettatori.

Occorre una vera legge elettorale, possibilmente inserita una volta per tutte in Costituzione, che riconduca ai partiti al loro ruolo: non quello di saccheggiatori di poltrone, ma quello di selezionatori e propositori di grandi idee e di grandi uomini, che sappiano portarle avanti. 

Senza idee e senza uomini, nulla più di un rumoroso convoglio di chiacchiere viene servito ai mancati elettori. I quali, non dissimilmente da chi in ristorante vede susseguirsi una serie di pietanze da lui non richieste e dall’aspetto immangiabile, posano il tovagliolo, scostano leggermente la sedia e a passo svelto si avviano con decisione verso l’uscita. 

Lasciando a cani, gatti, ratti e morti di fame le troppe porcherie pomposamente spacciate per deliziosi manicaretti.

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