La generazione juke-box doveva imbucare nel grasso giradischi una moneta da cento lire, per potersi beare di ben tre canzonette. L’equivalente dei quattro euro di oggi. Sul telefonino: musica gratis e a volontà. Anche in video. Anche in testi e spartiti.
La generazione cinema doveva pagarsi un biglietto tra gli otto e i dieci euro di oggi, commisurato alla salute e all’anzianità della pellicola, per poter godere (col necessario ritardo) di un film in seconda, terza o quarta visione. Sul telefonino: gratis e a volontà. Prime visioni incluse.
La generazione autostop non poteva permettersi un aereo per gli USA (sei mesi di stipendio medio), o per Londra (un mese). Col telefonino puoi viaggiar gratis dal divano di casa, ma anche acquistare un volo low-cost per una qualsiasi destinazione europea, al prezzo di qualche litro di carburante.
La generazione jeans non poteva permettersi un paio di scarpe di cuoio (la paga di un mese) e neppure un maglione o un paio di pantaloni di lana (la paga di venti giorni). Sul telefonino basta una scorsa su Amazon e le scarpe ti costano un solo giorno di paga, e altrettanto i calzoni.
La qualità non soddisfa? Nessun problema. È sufficiente un trenino il sabato, rigorosamente senza biglietto (morta la generazione controllori!), per raggiungere il centro illuminato di una grande città e spaccare a colpi di mazza le vetrine dei negozi per impadronirsi in un istante, indisturbati, di ogni sorta di oggetto del desiderio: meglio se di gran lusso, indisponibile su Amazon. Al grido di «quel che voglio me lo prendo». Variante click di «quel che voglio, lavoro per conquistarmelo», in uso fino a qualche mese fa.
D’altronde, c’è poi così tanta differenza tra quel piccolo vetro che separa il misero esterno del telefonino dal suo inesauribile interno, e la grande vetrina che separa tanta povertà da tanta ricchezza?
Cambia soltanto il modo di penetrare all’interno.
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Scriviamo queste righe qualche ora prima di nuove e più vaste annunciate razzìe. Non soltanto nel quadrilatero milanese, ma anche a Bologna, Roma, Genova, Torino, e in quel che resta delle ordinate città d’un tempo.
La sola certezza è che anche stavolta la generazione click sarà tacitamente autorizzata a far di tutto e di più. Il male e il peggio. E pazienza se prima o poi ci scapperà il morto.
Il disordine fa comodo a tutti. In particolare a chi ha costruito la propria fortuna spacciandosi per costruttore d’ordine.
Fa comodo ai partiti di governo, che possono giustificare la propria inadeguatezza accusando il Paese di ingovernabilità, anziché se stessi di incapacità.
Fa comodo ai partiti di opposizione, che possono discreditare il governo limitandosi a proporre improponibili quanto fantasiose soluzioni alternative.
Fa comodo al mondo della comunicazione, che riempie a costo zero la carta come gli schermi con foto d’effetto e chiacchiere senza senso, apostrofo marcio tra una raffica di spot e l’altra.
Fa comodo alla generazione click, che non soltanto si appropria impunemente e a costo zero del frutto del lavoro altrui ma – abbeverandosi alla planetaria epidiozia (epidemia di idiozia) – ostenta con orgoglio i propri crimini mascherandoli da doveroso atto riparativo originato da lodevole sete di giustizia!
Naturale evoluzione di quella generazione zeta usa a lordare col minestrone le opere d’arte dei grandi del passato: colpevoli di aver saputo a loro tempo osservare, interrogare, interpretare, comprendere e rappresentare il mondo.
Per giunta con i loro occhi.
Mica attraverso il vetro d’un telefonino.

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