Nessuno commetta l’errore di liquidare la prevista vittoria come un pericoloso rigurgito neonazista. È vero che buona parte degli obiettivi si appellano a più d’uno dei 25 punti del Programma del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, guidato da Adolf Hitler (in particolare il punto 8: «Ogni immigrazione di non Tedeschi deve essere impedita. Chiediamo che tutti i non Tedeschi, immigrati in Germania dal 2 agosto 1914, siano obbligati a lasciare immediatamente il Reich»), ma è sufficiente osservare attentamente il viso dei neovincitori per notare qualcosa di profondamente diverso da quella passata esperienza. A cominciare dall’età dei protagonisti, fin troppo giovanile, per finire coi larghi sorrisi stampati sul volto in luogo del militaresco broncio, marchio di fabbrica dell’insoddisfatto imbianchino austriaco.
Più che il puzzo dei lager nazisti, quel che giunge alle narici è l’alito pesante dell’Unione Sovietica, spopolata terra mitizzata dalle giovani generazioni dell'Est, che mai l’hanno conosciuta, e dalle classi lavoratrici condannate a girarsi pollici dopo l’inevitabile chiusura delle miniere e delle fabbriche. E sottolineiamo «inevitabile»: perché l’Età Industriale in Europa è terminata intorno al Duemila, e con essa ogni opportunità di pur misero guadagno per la manodopera non qualificata.
Con la fine dell'Età Industriale il proletariato operaio è scomparso in Occidente, ed una sola classe sociale occupa oggi la scena: la Borghesia, mai così nuda, mai così sfacciata, mai così impunita. Una classe sociale che dopo la Grande Guerra è andata frammentandosi lungo tre distinte direttrici: una borghesia conservatrice, arricchitasi durante il conflitto grazie all’industria bellica ed intenzionata a mantenere il proprio potere; una borghesia rivoluzionaria, che in quella stessa guerra ha perso tutti i propri beni, pronta a ricorrere a qualsiasi mezzo, legale e no, pur di riappropriarsene; una borghesia progressista, erede di una classe operaia un tempo analfabeta e ignorante, ma in seguito attiva protagonista della ricostruzione nel dopoguerra, ed oggi sempre più preparata, benestante ed istruita.
Non è più tempo di etichette ormai usurate come «destra», «centro» o «sinistra», ma di una nuova classificazione che sappia distinguere tra forze conservatrici, forze rivoluzionarie e forze progressiste.
Sotto questa lente, AfD non è certamente da considerare una forza conservatrice, dal momento che, all’opposto, si propone di sfasciare l’esistente senza nulla salvare: né la moneta, né l’appartenenza europea, né la scuola, né i diritti civili. Neppure può parlarsi di forza progressista, avendo essa per obiettivo il ritorno ad un immaginario passato, piuttosto che la costruzione di un luminoso futuro. Si tratta pertanto, senz’ombra di dubbio, di una forza rivoluzionaria. E poco importa etichettarla come neonazista o neosovietica: in entrambi i casi quel che essa predica è la totale demolizione di ogni traccia di stabilità o di progresso, per meglio rivolgere il proprio sguardo (e il proprio cammino) all’indietro.
È la falsa illusione dei «mulini bianchi» e delle «antiche gelaterie del Corso», protagoniste in un recente passato di ben congegnate campagne pubblicitarie che han fatto leva sull’abissale ignoranza dei giovani, turlupinandoli con la falsa illusione di un’immaginaria quanto inesistente età dell’oro durante la quale i popoli convivevano in pace amandosi l’un l’altro, ed ogni cosa era migliore che non adesso. Non possedendo i giovani alcun ricordo di quanto quei mulini bianchi fossero invece neri di scarafaggi, grasso, escrementi, rifiuti ed altra sporcizia. E come alle «antiche gelaterie del Corso» i nonni portassero i bimbi ad osservare da lontano «i signori che mangiavano il gelato», non potendo certo permettersi di offrirglielo.
Allo stesso modo tanti giovani italiani idealizzano oggi una mitica età della lira, contrapposta a quella dell’euro, che fa sorridere chi quei miseri tempi li ha conosciuti e vissuti. Bello incantarsi davanti a bigliettoni con cinque o sei cifre: diecimila, cinquantamila, centomila... Ma un litro di benzina costava negli anni Settanta l’equivalente dei 6,50€ di oggi, tre canzoni dal juke-box 6€ netti, un disco 45 giri (un lato A e un lato B) non si trovava a meno di 800 lire: i 32€ di oggi. Un volo di sola andata per Londra costava quanto uno stipendio; ma per raggiungere gli USA, di stipendi ne occorrevano almeno sei.
Eppure, questo è il l’inauspicabile sogno dei Vannacciani e degli Alternativi tedeschi: un dollaro alle stelle con un marco precipitato al rango del rublo. In breve, il sogno di ogni mendicante russo, Putin incluso. Nel quadro geopolitico di un nuovo Patto di Varsavia che veda riedificato il muro e spartisca quel che resterebbe dell’Europa tra un avido pazzo americano e un crudele assassino sovietico. Raccogliendo consensi tra quegli imberbi elettori ignari del fatto che quel muro, di norma, in migliaia tentavano di attraversarlo, a rischio della vita, in direzione Est -Ovest. E non viceversa.
Per questi ed altri motivi non ci pare il caso di drammatizzare un risultato elettorale che, se anche dovesse tracimare oltre i confini di Magdeburgo, non avrebbe comunque un futuro. Così come non lo ebbero, a loro tempo, né il Fascismo né il Nazismo, consumatisi il primo nell’arco di vent’anni, il secondo in un solo decennio.
Se mai un’ipotetica Germania marchiata AfD dovesse volontariamente porsi a rimorchio della Russia, piuttosto che dell’Unione Europea, davvero ne trarrebbe maggiori vantaggi? Davvero riaprire vecchie fabbriche per produrre vecchi oggetti con paghe infime, e riservare tale piacere ai soli lavoratori di sangue tedesco, servirebbe a sopravanzare la Cina o l’India, dove si producono a molto minor costo Jaguar, Mercedes, Honda, Suzuki, Volkswagen, BMW, Renault, Nissan, Jeep, Skoda, Volvo, Piaggio? Raccogliendo per giunta svalutati marchi, in luogo di euro o dollari?
Certo: nel caso in cui riuscisse a conquistare gli scranni di un governo federale, AfD si ritroverebbe costretta a porre realmente in essere il suo retrogrado quanto ambizioso programma. E solo allora potrà avere un senso misurare la soddisfazione di quanti ieri, senza minimamente pensarci, l’hanno a piene mani votato. O meglio: han creduto di farlo. Perché ieri nessuno ha realmente votato un partito: ha soltanto espresso simpatia per un apparentemente facile sogno. qQuello di tornare bambini.
Tanto azzardato quanto orripilante, deleterio e irrealizzabile.

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