Esistono tuttavia in America gli «arricchiti», ossia l’esatto contrario dei veri ricchi, e Donald Trump ne è un validissimo esempio.
Un vero ricco, erede di incalcolabili ricchezze ma anche di un nome da onorare e difendere, non spreca la propria vita nella ricerca di ulteriori beni, riconoscimenti o popolarità. Non ha il problema di guadagnare altro denaro, ma di spendere quel troppo che già possiede. Può farlo in modo assennato, finanziando opere di beneficenza, o dissennato, arricchendo le sale da gioco: ma sempre con l’intento di liberarsene, piuttosto che moltiplicarlo.
Il vero ricco detesta la popolarità. Sa bene quanto il popolo ami più quel che egli possiede che non la sua persona, e quale percentuale di rabbiosa invidia si celi dietro tanta interessata ammirazione. Il povero insegue il ricco come il passerotto sulle tracce del bimbo intento a gustarsi la merenda: in attesa di quelle poche inevitabili briciole che, nel suo minuscolo becco, saranno comunque il più lauto dei pasti. L’arricchito si illude che il passerotto lo segua per sincera devozione. Il vero ricco, che ben conosce com’è fatto il mondo, ignora chi interessatamente lo segue e decide lui quando, dove, in che misura e a chi donare in liberalità le proprie briciole.
L’arricchito, venuto su dal niente, ha come suo primo obiettivo occultare quel niente. Che abiti in un lussuoso attico cittadino o alla Casa Bianca, nella sua cristallina ignoranza si circonda di oggetti, ammennicoli e decorazioni d’epoca, di mobili in stile e di vecchi quadri, giusto per simulare una più nobile e datata origine della sua improvvisa ricchezza. Sconosciuto ai più, è pronto a spendere cifre stratosferiche per dare il proprio nome a laghi, golfi, aeroporti, edifici, stadi, piazze e strade, illudendosi di poter in tal modo cancellare quel passato che lo ha visto crescere tra piccoli espedienti, brutte amicizie, ladrocini, corruzioni e truffe.
E poiché la gloria di un buon nome nasce anche da grandi imprese portate felicemente a termine nei secoli, non potendosi intestare i successi di quei nobili antenati che mai ha avuto, e ancor meno quelli che per avanzata età o per vigliaccheria non è più in grado di conseguire, compra magari una grande squadra di calcio (il Milan di una volta?), che combatta per lui. Oppure, se la carica istituzionale glielo consente, scatena guerre a caso senz’altro significato se non quello di intestarsene le improbabili quanto indimostrabili vittorie.
Il vero ricco è sostanzialmente una persona soddisfatta, sazia, col solo problema d’aver assaggiato già tutto, dunque di fatto priva di ogni ulteriore umano desiderio. Un Dio al di sopra di tutti ma in vena di miracoli, che mette periodicamente a segno, anonimamente, facendo del bene al prossimo.
L’arricchito è al contrario un morto di fame. Fame di denaro, di potere, di gloria. La sola fame impossibile da saziare.
Mentre la fame di cibarie si spegne facilmente davanti a una buona tavola, un buon affare non placa la fame di denaro. Anzi, la moltiplica. Tanto da spingere a sprecare la propria vita nell’accumulare ricchezze delle quali, solo in punto di morte, ci si accorgerà di non aver mai realmente goduto. Consumando così nel nulla la propria inutile, se non perniciosa, esistenza.
Dovremmo rispettare i veri ricchi, anziché invidiarli, perché da essi non ci si può attendere altro che del bene.
Dovremmo invece guardarci dagli arricchiti: per quanti miliardi di miliardi possano tener nascosti sotto il materasso, se troveranno un modo per sfilar di tasca qualche monetina al più umile tra gli umili, non perderanno certo l’occasione.
Un po’ per istinto, un po’ per antica vocazione.
Sarà forse a causa di questa non trascurabile differenza, tre vera ricchezza e fame di ricchezza, che le piccole e grandi monarchie sembrano in questo primo quarto di millennio garantire più stabilità e buon governo di tante zoppicanti democrazie? Che una Groenlandia danese o un Canada britannico o la Spagna di Filippo VI o il Regno Unito di Carlo III non abbiano esitato a mostrar la schiena dritta di fronte alle molteplici minacce dei dittatori di Russia e d’America, piuttosto che inginocchiarsi? E a differenza di quelli non ambiscano più ad alcuna inutile espansione territoriale, ma solo al progresso dei regni e dei reami che già amministrano?
Ai posteri (dovesse rimanerne qualcuno) l’assai ardua sentenza.

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