Sia i fascisti che i nazisti, giunti al potere con le tasche vuote – col voto di elettori dalle tasche ancor più vuote, prosciugate dalle distruzioni e dai costi della Grande Guerra – null’altro seppero proporre se non svuotare le casse di quelle industrie a loro tempo convertitesi alla produzione bellica, dai cannoni alle divise, pretendendo di tassare ulteriormente i cosiddetti «extraprofitti». Senza ovviamente considerare gli extracosti sopportati per mettere in sicurezza le fabbriche, per le difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime, per il maggior numero di assunti imposto dall’urgenza delle consegne, per l’indisponibilità di operai maschi adulti (inviati a morire al fronte) e la maggior paga corrisposta ai pochi ancora disponibili.
Nel «Manifesto dei Fasci Italiani di combattimento» (San Sepolcro, 1916) da cui nacque il Fascismo, nell’ultima parte del programma, oltre al «sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose», si chiedeva «la revisione di tutti i contratti di forniture di guerra ed il sequestro dell’85% dei profitti di guerra»: i cosiddetti «extraprofitti».
Nel «Programma del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori» (1920), al punto 12 similmente si richiede «la confisca spietata di tutti i profitti di guerra».
In assenza di una passata guerra che in qualche misura lo giustifichi, un Salvini minacciato su un fianco dal ben più rivoluzionario Vannacci e sull’altro dalle rivendicazioni interne dell’ala conservatrice dell’ultrapadano Zaia, non ha escogitato miglior proposta che non quella di depredare i risparmi dei clienti pretendendo una ulteriore tassazione sui già tassati profitti delle banche.
Al medesimo modo una Schlein data per perdente alle non obbligatorie «primarie», stretta anch’ella tra i rivoluzionari a cinque stelle e i progressisti dell’ala pensante del piddì – a cominciare dai fuoriusciti (Pina Picierno) – nulla ha saputo inventare di meglio se non la tassazione degli «extraprofitti» delle società energetiche, presumendo che l’aumento del costo delle materie prime abbia consentito ad esse maggiori guadagni, piuttosto che maggiori spese.
Al di là dell’idiozia del concetto stesso di «extraprofitti» (che nel caso sarebbe comunque più corretto chiamare «superprofitti») ci si scorda che al primo punto dell’atto costitutivo di qualsiasi attività produttiva, sia essa individuale o societaria, c’è sempre e comunque la ricerca del massimo profitto, e guai se così non fosse. Un amministratore che non dovesse tenerne conto, tradirebbe gli azionisti che in quell’impresa hanno investito il loro capitale così come i piccoli investitori che consciamente o inconsciamente (tramite banca o finanziaria) hanno affidato ad essa i propri risparmi.
In una nazione sana, ogni attività è già tassata in misura progressiva, come l’art. 53 della Costituzione impone («1. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. 2. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività»). Ogni maggior profitto rappresenta dunque già adesso una maggior ricchezza non soltanto per l’azienda e i suoi investitori, ma anche per lo Stato.
In una nazione insana, invece, dove nessuna impresa è realmente tenuta a pagare le tasse, e lo stesso governo alterna in continuazione sanatorie e condoni, giungendo ad abolire di fatto ogni progressività per mezzo della «flat-tax», un’azienda che opera bene nel rispetto della legge, paga le tasse e per di più guadagna è percepita come una preoccupante anomalia. Un pericoloso precedente.
Che a questo gioco si prestino i partiti rivoluzionari, da Conte a Vannacci passando per Salvini, ci può pure stare: il loro elettorato è fatto di piccole e grandi imprese autorizzate a salvarsi dal fisco, ma non certo dalle banche. Che gli interessi sul capitale investito, a differenza dello Stato, son ben determinate ad incassarli. Sparare sulle banche, dunque, è un po’ come sparare al nemico!
Ma che ci caschi a gambe unite anche la segretaria del cosiddetto partito della cosiddetta opposizione, senza pensare che una maggiore tassazione dei prodotti energetici non può che portare ad ulteriori aumenti del prezzo finale di gas e carburanti, è una certificazione di inettitudine difficile da trasformare in successo elettorale, soprattutto in una nazione che, in mancanza d’altro, è costretta a muoversi in automobile. E ancor meno c’è da attendersi dall’annunciata imposta patrimoniale, in una nazione dove l’82% degli abitanti vive in una casa di proprietà: una percentuale inevitabilmente destinata ad crescere, per via del decremento demografico in atto. Varrebbe la pena ricordar loro che tanto lo Stato autarchico italiano che quello tedesco, orgogliosi entrambi di aver nei loro programmi la lotta agli extraprofitti, in poco più di due decenni finirono extrasconfitti.
Nell’odierno ribollente minestrone di Rivoluzionari (molti) e di Conservatori (pochi), navigano con estrema difficoltà i Progressisti (pochissimi).
I veri Progressisti disdegnano quei troppi che occupano (male) posizioni di potere che intendono conservare a qualsiasi costo (purché pagato da altri), così come chiunque consideri lecito elevare la propria condizione distruggendo quella di chi tanto ha penato per costruirsela.
I veri Progressisti guardano ad uno Stato sovranazionale, ad un vero Stato Federale Europeo con poteri legislativi, esecutivi e giudiziari nelle materie di interesse comune, con un capo di Stato che possa a pieno titolo rappresentarli.
Sono pochi, in Italia, i veri Progressisti, perché pochi sono ormai gli uomini di senno. Così pochi che rischiano di non trovar neppure rappresentanza in parlamento. Ma poco a loro importa, perché la sola cosa che realmente ad essi preme è la nascita di uno Stato unitario europeo. Abilitato a scrivere leggi e farle rispettare.
E poco interessa loro se di quel nuovo Stato farà parte o meno l’Italia.
Poco importa. Purché sia finalmente Europa.

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