È invece tempo di carne da barcone: migliaia di disperati accalcati su zattere fatiscenti, abbandonati in balia delle onde al prezzo di un volo intercontinentale di prima classe. Che diventano decine di migliaia quando un salvagente da pochi euro può agevolmente sostituire l’imbarcazione, come è accaduto a Ceuta, dove settantamila bagnanti – per lo più ragazzini in cerca di facili emozioni – aizzati dal re del Marocco han proditoriamente varcato la labile frontiera che separa il regno africano dall’enclave spagnola in terra d’Africa.
L’episodio, spentosi ben presto con la volontaria remigrazione della quasi totalità dei fuggiaschi, colpiti dal caldo, dalla sete e dalla fame assai più che dalle guardie di frontiera, ha avuto particolare eco in Italia: ottima benzina per il rombante motore di Vannacci, pessima benzina sul fuoco che dilania tanto la sedicente «destra» (in gran parte neofascista, in minima parte conservatrice) che l’altrettanto sedicente «sinistra» (parte conservatrice, parte rivoluzionaria, parte cattolica), entrambe impelagate in una campagna elettorale priva non soltanto di argomenti ma anche di regole (legge elettorale), incautamente avviata con oltre un anno d’anticipo sulla naturale decadenza dell’attuale Parlamento.
In assenza di progetti politici, ad aver la meglio son stati ancora una volta gli inganni, l’ignoranza e le menzogne.
L’«invasione» di Ceuta è stata certamente uno schiaffo all’Europa (quasi sicuramente made in Trump), ma non certo una «violazione dei confini europei». Che non sono quelli dell’Unione Europea, ma quelli dell’Area Schengen, della quale i territori spagnoli esteri di Ceuta, Melilla, Canarie non fanno assolutamente parte. Al pari dei numerosi possedimenti d’oltremare della Francia (Martinica, Guadalupa, Guyana francese, St. Martin, Mayotte, Reunion), del Portogallo (Azzorre, Madeira), dei Paesi Bassi (Aruba, St. Marteen, Bonaire, St. Eustatius, Saba), della Danimarca (Groenlandia, Far Øer, Bornholm).
La risposta della lontana Italia, offensiva ed inutile quanto inspiegabile (se non come ulteriore inchino ai desideri di Washington), ossia la sospensione dei trattati di Schengen, è una contraddizione in termini. La Convenzione di Schengen, di fatto, in altro non consiste se non in un inasprimento dei controlli alle frontiere esterne in cambio di un allentamento delle verifiche lungo i confini interni. Sospendere Schengen, pertanto, significa in sostanza sguarnire le frontiere esterne, piuttosto che rafforzarle.
L’art. 5 della Convenzione di Schengen impone ai Paesi firmatari norme severissime: «1. Per un soggiorno non superiore a tre mesi, l’ingresso nel territorio delle Parti contraenti può essere concesso allo straniero che soddisfi le condizioni seguenti: a) essere in possesso di un documento o di documenti validi che consentano di attraversare la frontiera, quali determinati dal comitato esecutivo; b) essere in possesso di un visto valido, se richiesto; c) esibire, se necessario, i documenti che giustificano lo scopo e le condizioni del soggiorno previsto e disporre dei mezzi di sussistenza sufficienti, sia per la durata prevista del soggiorno, sia per il ritorno nel paese di provenienza o per il transito verso un terzo Stato nel quale la sua ammissione è garantita, ovvero essere in grado di ottenere legalmente detti mezzi; d) non essere segnalato ai fini della non ammissione; e) non essere considerato pericoloso per l’ordine pubblico, la sicurezza nazionale o le relazioni internazionali di una delle Parti contraenti».
Norme, quelle dell’art. 5, che l’Italia di fatto si è sempre ben guardata dall’applicare, preferendo invece appellarsi al comma 2 del medesimo art. 5: «2. L’ingresso nel territorio delle Parti contraenti deve essere rifiutato allo straniero che non soddisfi tutte queste condizioni, a meno che una Parte contraente ritenga necessario derogare a detto principio per motivi umanitari o di interesse nazionale ovvero in virtù di obblighi internazionali. In tale caso, l’ammissione sarà limitata al territorio della Parte contraente interessata che dovrà avvertirne le altre Parti contraenti».
In sostanza, si riconosce a ciascuno Stato dell’Area il diritto di concedere permessi umanitari in deroga, con l’avvertenza che tale concessione consente la permanenza del titolare solo ed esclusivamente sul territorio dello Stato che l’ha rilasciata, senza possibilità alcuna di varcare la frontiera interna verso gli altri Paesi dell’Area. Una norma che l’Italia ha sempre volutamente ignorato, favorendo al contrario l’allontanamento volontario (assolutamente illegale) dei titolari di permesso umanitario in direzione degli Stati confinanti. Come dimostrano gli assembramenti di titolari (e no) di permesso umanitario lungo i confini con la Francia, e la pretesa italiana che quel Paese, violando i trattati, conceda ad essi l’ingresso.
La limitazione del trattato verso la Spagna non è dunque soltanto una disposizione offensiva ed ostile verso quel regno, ma anche una planetaria manifestazione di abissale ignoranza: tanto della geografia che del contenuto degli accordi sottoscritti; oltre che un duro colpo all’economia turistica nazionale proprio nel bel mezzo dell’altissima stagione.
Con una smorfia di finta indignazione da parte di chi i propri confini, in spregio alla Convenzione di Schengen, né desidera realmente controllarli, né sembra in alcun modo capace di farlo.

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