Certo, in quel mondo senza nemici, senza confini e senza classi idealizzato due secoli or sono da Karl Marx sarebbe stato forse possibile vivere in pace e disarmati, come in certi piccoli villaggi dove ancora si dorme col portone aperto. Ma neppure quell’immaginaria società – che mai nacque – sarebbe potuta esistere se non macchiandosi del sangue di un’irrinunciabile rivoluzione planetaria armata.
Quel che tuttavia più stupisce, nel docile accucciarsi del cinquestelle in pochette davanti al famelico cavernicolo russo, è il voler definire il proprio agire come «progressista». Quasi bastasse un solo clic del mouse per cancellare le ripetute minacce all’Europa che il padrone del Cremlino quotidianamente vomita sui prezzolati canali d’informazione che in Occidente ne moltiplicano le lodi.
No. Decisamente no. Non è affatto «progressista» porgere la prima e la seconda guancia, per non parlar delle sottostanti terza e quarta: è puro cattolicesimo evangelico. Così come puro francescanesimo è lo schierarsi a prescindere dalla parte dei «poveri», inconsapevoli supplenti di un proletariato operaio definitivamente scomparso in Occidente con la fine dell’Età Industriale (1990-2000). E mero cattolicesimo è anche il culto della carità e dell’elemosina, per quanto maldestramente travestita da «bonus», così come il diritto al perdono, prudentemente ribattezzato «condono» e concesso a piene mani ad ogni sorta di peccatori. Veniali e mortali.
Eppure, scavalcato un buon quarto del Terzo Millennio, dovrebbe esser chiaro a chiunque che l’ultimo parametro rimasto per poter definire tale una «sinistra» altro non è che quello del Progresso.
Non può esserci «sinistra» senza progresso. E il progresso non passa più attraverso un’improponibile rivoluzione proletaria.
Quel proletariato operaio, così ben analizzato e descritto nelle pagine di Marx ed Engels, si è ormai dissolto insieme al puzzo delle fumiganti ciminiere di Birmingham e di Manchester. Non maneggia più la falce o il martello, ma la mietitrebbiatrice e le macchine a controllo numerico. Non è più retribuito col salario, ma con lo stipendio. Quanto basta per consentigli di acquistare casa e automobile, e magari concedersi qualche settimana di vacanza.
Certo: resta la difesa dei diritti umani. Che non riguarda (fortunatamente) la maggioranza della popolazione, come nell’Inghilterra dell’Ottocento. Riguarda una contenuta minoranza di diseredati ed emarginati, ben lontana da quel 98% di analfabeti che, ancora alle soglie del Novecento, popolava le regioni del sud dell’Italia. Ma intorno ai diritti umani non si può costruire un partito: tutt’al più, un movimento. Come, in origine, il fantasioso progetto grillino: «né con la destra, né con la sinistra». E infine con entrambe.
I movimenti non creano e non costruiscono alcunché. Si limitano a protestare e recriminare intorno a una singola questione. Se ottengono quel che pretendono, cessa in essi ogni ragione di esistere. Se non lo ottengono, si imbarbariscono al punto di far della protesta non più il mezzo, ma il fine del loro agire, senza disdegnare gratuiti vandalismi, sanguinosi pestaggi, immotivati scontri di piazza. Gesti che possono sconfinare nel crimine comune (edifici pubblici e privati occupati e/o depredati) o nel terrorismo.
Nel Terzo Millennio non soltanto l’Aristocrazia, ma anche il Proletariato, han perduto definitivamente il loro potere. Sconfitta la prima dall’affermarsi del Capitale, cancellato il secondo dalla fine dell’Età Industriale.
Esiste oggi, in Occidente, una sola classe sociale, ed è la Borghesia: frammentatasi durante le due grandi guerre in Borghesia conservatrice, Borghesia rivoluzionaria e Borghesia progressista.
Alla borghesia conservatrice appartengono tutti coloro che possiedono qualcosa che meriti d’esser conservato: la famiglia, la proprietà, un incarico importante, il nome, il casato, l’onore...
Borghesia rivoluzionaria fu inizialmente quella che tra le due guerre non seppe riconvertirsi alla produzione bellica e, con la chiusura dei mercati, finì col perdere ogni cosa. Determinata a rimpadronirsi con la forza di quel che riteneva esserle stato ingiustamente sottratto, divenne il motore della rivoluzione fascista in Italia e della vittoria nazionalsocialista in Germania.
Borghesia progressista è invece la piccola, piccolissima nuova borghesia nata dall’evolversi del proletariato operaio tra le due guerre. L’industria bellica non poteva esser come di consueto affidata a donne, vecchi e bambini, poco adatti alla delicata produzione di ordigni esplosivi, e gli uomini necessari erano impegnati al fronte. I pochi rimasti in fabbrica videro per la prima volta crescere i loro salari, con tempi di lavoro più rilassati, commisurati alla delicatezza e alla precisione dal lavoro. A guerra finita, si ritrovarono abbastanza danarosi da potersi permettere le prime automobili prodotte in larga serie: la «Ford T» in Nordamerica, la «Topolino (500A)» in Italia, l’«auto del popolo» (VolksWagen) in Germania.
Se dunque si accetta una simile tripartizione all’interno dell’unica classe sociale rimasta, come valutare l’attuale collocazione politica dei partiti in Italia? Vale ancora l’antica divisione destra-centro-sinistra, o sarebbe più corretto distinguere tra conservazione, ribellione e progresso?
Alla Borghesia conservatrice apparterrebbero certamente il Partito Democratico, con una larghissima schiera di diversamente appoltronati in prestigiose posizioni di comando, e con esso Forza Italia, propaggine di un presidente defunto ma che ancora stimola la scalpitante prole alla conservazione del patrimonio di famiglia. Conservatrice si sforza di apparire la parte più illuminata di Fratelli d’Italia, appesantita tuttavia da un corpaccione nullatenente convintamente rivoluzionario.
Borghesia rivoluzionaria è certamente la Lega ex-lombarda, dichiaratamente antieuropea come e più dei Cinquestelle, rivoluzionarissimi anch’essi, per non parlare degli insoddisfatti neofrancescani di Alleanza Verdi e Sinistra.
Temporaneamente rivoluzionari per necessità anche i neonati vannacciani: futuristi ma con gli occhi puntati al passato, nostalgici di una mitica inesistente Età dell’Oro, sogno uguale e contrapposto al non meno inconsistente Sol dell’Avvenir.
Resta una piccola parte di borghesia progressista, quell’ex proletariato che ha trovato il proprio riscatto nell’evoluzione piuttosto che nella rivoluzione. I soli oggi interessati a costruire, piuttosto che a conservare o a distruggere. Unici possibili protagonisti di ogni autentico futuro Progresso.
Ne fanno parte quelle piccole formazioni – da Italia Viva a Noi Moderati, passando per +Europa e i calendari d’Azione – che vedono nella costruzione di uno Stato Federale Europeo la giusta direzione verso la quale il continente dovrebbe avviarsi. Con la necessaria urgenza di chi vede quotidianamente minacciata la propria qualità della vita dagli avvertimenti mafiosi di un’America sempre più prepotente e ingorda, dalle minacce di una Russia che nulla produce e molto saccheggia, dalle ambizioni di una Cina che ha preso coscienza del proprio ruolo di principale fornitore di beni materiali, insieme all’India e alla promettente Africa.
Il ruolo del continente europeo, in questo scontro tra nuove e vecchie potenze, è al momento quello del facile bottino. Facile perché suddiviso in minuscoli Stati in gran parte disarmati, privo di una comune direzione politica, di potere legislativo, amministrativo, giudiziario.
Rubare galline da un pollaio è infinitamente più semplice (e meno rischioso) che non rubare un toro dal recinto. Tanto più vigliacco è il ladro, tanto più egli rivolgerà il suo sguardo agli indifesi pennuti, piuttosto che al ben armato cornuto.
Per questo è necessario ricostruire quei sistemi di difesa smantellati dai Trattati del 1947 in Germania, Italia, Romania, Ungheria, Bulgaria, Finlandia. Strumenti di una Difesa dal 1949 forzosamente appaltata ad un’alleanza esterna (la NATO) finita nelle mani del nemico e dunque mai come oggi inaffidabile e impotente.
Riarmarsi singolarmente non servirebbe tuttavia a nulla, in assenza di una linea di comando condivisa che presuppone l’esistenza di un capo di Stato e dunque, incontrovertibilmente, di uno Stato.
Di uno Stato Federale Europeo.
Questa è la sola vera possibile e auspicabile via verso il Progresso. Solo chi la condivide può ambire a dichiararsi «di sinistra». Chi vi si oppone, non può che definirsi, nell’italico idioma, «reazionario». Chi traccheggia, in attesa di sapere chi perde o chi vince, non è né l’uno né l’altro: è solo una pecora in attesa di pastore.
Resta un’ultima considerazione: non basta conoscer la via, per raggiungere la vetta, occorrono anche i mezzi adatti, e serve il giusto tempo. Molto tempo.
Ma è anche vero che se una cordata a ventisette rende forse difficoltoso e incerto l’esito della scalata, una cordata meno numerosa, con pochi alpinisti ma meglio attrezzati e più esperti, ha certo maggiori possibilità di conquistare in tempo utile la cima.
È in questa luce che occorre guardare al lavoro dei cosiddetti «volenterosi»: quella Quarta Europa (accanto alla UE, all’Eurozona e all’Area Schengen) dalla quale potrebbe realisticamente prender vita un’Europa della Difesa e, a seguire, un vero Stato Federale Europeo. Non importa se a tre, a dodici o a trentotto nazioni. Quel che davvero importa è che nasca. Come gli USA nel 1776. Come l’Italia nel 1861.
Perché solo chi nasce, ha una possibilità di crescere.

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