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Spremere il limone

Come perderanno le prossime elezioni gli scompaginati eroi di quel campo fin troppo largo ai bordi del quale amano talvolta accovacciarsi per dar sfogo alle loro più urgenti necessità?

Perdere le precedenti è stato facile. È bastato appecorarsi al «liberi tutti» dei tanti che han festeggiato il ciao ciao di Draghi – papà ritenuto troppo severo e attento alle paghette – e, tanto per esser sicuri di prender schiaffi, oltre che pedate, innalzare le sbiadite bandiere dello ius sòla e della liberalizzazione della cannabis

È andata come è andata. Nel senso che NON è andata. 

E per aver certezza che alla prossima vada ancor peggio, già s’accendono i razzi della nuova arma finale: l’imposta patrimoniale!

Verrebbe da chiedere perché. Se già non conoscessimo la risposta: per togliere ai ricchi e dare ai poveri. Mostrando in tal modo di ignorare non soltanto quanta e quale differenza passi tra francescanesimo e progresso, tra cattolicesimo medievale e sinistra del Terzo Millennio, ma anche quanta e quale ne passi tra un «ricco» e un «arricchito». 

Non è politica «di sinistra» togliere ai ricchi per dare ai poveri. Lo stesso Robin Hood, «di sinistra» certo non era. Aristocratico di nascita e defraudato del trono, era fermamente intenzionato a riprenderselo, a costo di aizzare a proprio vantaggio la disperazione dei diseredati. 

I poveri non sono buoni per definizione. C’è chi non ha mai avuto niente e c’è chi ha avuto anche troppo. Ma lo ha perso per le malefatte altrui o – più spesso – per le malefatte proprie: pippandosi duecento euro al giorno di cocaina o giocandosene il doppio tra scommesse e grattaevinci.

I ricchi, quelli veri, non han certo bisogno di una legge dello Stato per versare qualche euro oltre il dovuto. Di propria iniziativa, già spendono ogni anno in beneficenza molto più di quanto lo Stato vorrebbe sottrar loro. 

Chi che dalle opere di bene si tiene invece ben alla larga sono gli «arricchiti»: quelli che i soldi ancora non hanno finito di accatastarli, non coloro in decine di generazioni han finito di contarli e adesso si ritrovano con l’opposto problema del come spenderli. 

Ma una patrimoniale per gli arricchiti è una contraddizione in termini: perché gli arricchiti già adesso di tasse non ne pagano una virgola: o per mancette elettorali, o per provvidenziali condoni, o per accorte residenze all’estero, o per consueta italica evasione fiscale.

C’è pertanto non il rischio, ma la certezza, che l'auspicata patrimoniale vada ancora una volta ad asciugar le tasche di quei pochi fessi che già le tasse le pagano. E non al 27% o al 30%, come Costituzione dovrebbe mediamente imporre ai ceti (appunto) medi, ma ben oltre il 40%, per effetto dell’inflazione.  

Mille insulse «patrimoniali», oltre ciò, già esistono da decenni. A cominciare dal cosiddetto «canone televisivo», istituito vent’anni prima che la televisione nascesse e magicamente tramutatosi da canone di abbonamento  a tassa di possesso sull’apparecchio televisivo. Ma son patrimoniali a tutti gli effetti anche l’IMU e l’ICI (case e terreni, anche se all’estero), le imposte di registro, quelle di successione e di donazione.... 

C’è poi una questione di fondo: una nazione degna di rispetto dovrebbe decidere se tassare la popolazione in base al reddito o in base al patrimonio. Tassare entrambi – i soldi mentre entrano e quelli entrati dieci secoli prima – è un gioco sporco. E controproducente. 

Perché se possiedo una barca da ottocento milioni, cambio bandiera e vado ad ormeggiarla dove la tassano meno; e se ho in casa un quadro che di milioni ne vale cinquemila, lo vendo o lo nascondo; e se ho cospicue rendite da titoli, sposto i conti nelle banche estere. 

Rubare ai ricchi, in definitiva, è centomila volte più difficile che rubare ai poveri. 

Ma è pur sempre rubare. E rubare non è (non dovrebbe essere) la prima bandiera di una forza politica che voglia definirsi «di sinistra»: piede di porco e grimaldello in luogo di falce e martello. 

La patrimoniale, in fondo, non è che una mancetta elettorale al contrario: anziché venti o trenta euro in busta paga a chi ha meno, distribuiti a pioggia, qualche milione arbitrariamente sottratto a chi guadagna più di te. E, per giunta (massima colpa!) lo dichiara.

Come dire: tagliamo la cima agli alberi e l’erba del campo (largo?) godrà nel sentirsi un po’ più alta. 

E se questo è l'agro succo che una simile autopposizione riesce a spremere dal limone, perché meravigliarsi se a vincere sarà ancora una volta un Melone?

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