Pochi sanno che della Chernobyl italiana (il disastro del Vajont, poco meno di duemila morti), sono responsabili le energie rinnovabili, non il nucleare.
Pochi sanno che i mulini a vento, ad acqua e i pannelli solari non producono genericamente «energia» ma una sola forma di energia, tra le più deboli: l’elettricità. Grazie alla quale già da cent’anni si muovono i treni, ma non ancora le navi o gli aerei, e neppure si fondono i metalli o il vetro. Una fonte energetica utile forse nel contesto domestico, ma certo insufficiente ad alimentare le industrie e i servizi di una nazione avanzata.
Il nucleare produce energia pulita ad alta potenza e a basso costo. Non è ancora in grado di far volare gli aerei, ma già muove le grandi navi. E per quanto concerne la sicurezza, nulla vieta di dislocare le centrali (ormai di contenutissime dimensioni) sui numerosi scogli e isolotti disabitati che coronano i quasi ottomila chilometri di coste italiane, o nelle cavità montane.
Il nucleare, in termini di potenza, non è sostituibile con altro che non sia il gas, il petrolio o il carbone: fonti destinate a prossimo esaurimento, prima ancora che inquinanti. In quanto a sicurezza, poi, l'atomo non è più a rischio dell’idroelettrico, dell’eolico o del fotovoltaico. Anzi: occupando spazi limitati, dunque meglio controllabili, è assai più facile da tener sotto sorveglianza che non centomila mulini alti fino a 150 metri. Difficili da raggiungere perché posizionati in mare o in alta montagna, ma anch’essi inevitabilmente destinati all’invecchiamento e al degrado.
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Sulla spinta della crisi energetica innescata dalla guerra USA-Iran, il Parlamento italiano ha approvato lo scorso 4 Giugno un disegno di legge che prevede il ritorno della produzione di energia nucleare sul territorio italiano, privilegiando l’utilizzo di mini centrali («Small Modular Reactors»).
Immediata l’opposizione dell’opposizione. A prescindere!
Prudente, l’astensione dei renziani. Nella consueta modalità stàmo a vède.
Favorevole, il voto dei calendari d’Azione. Voto indiscutibilmente progressista: il solo che può far compiere un passo avanti al Paese.
Chi invece ha votato contro, non ha altro argomento da opporre se non la paura.
Paura dell’incidente nucleare (rischio ridotto quanto più ridotte sono oggi le dimensioni degli impianti, poco più grandi delle cabine elettriche di un tempo).
Paura delle problematiche connesse al corretto trattamento delle pur limitatissime scorie (in parte giustificata dall’italica manifesta incapacità di sottrarre ai cinghiali perfino il contenuto dei cestini per strada).
Paura di tutto ciò che è nuovo e/o non si è in grado di comprendere.
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Può il futuro di una nazione costruirsi sulla paura, piuttosto che sul coraggio? Anteponendo le usurate certezze della conservazione alle promettenti speranze dell’innovazione?
E, soprattutto, può ancora definirsi «progressista» chi a quell’innovazione e a quel progresso si oppone, con lo sguardo inchiodato al passato, timororoso di un futuro che neppure riesce a immaginare e a progettare, ed ancor meno a costruire?
No. Progresso e reazione occorre saperli distinguere a prima vista, guardandoli dritti negli occhi. Non dal colore del fazzoletto al collo o dalle bandiere sventolate seguendo la moda del momento.
Il nucleare del Terzo Millennio è un indubbio progresso, in confronto al nucleare di sessantatré fa (centrale di Latina, 1963). Non può non esserlo rispetto all’eolico o al fotovoltaico, energie deboli non soltanto per scarsa potenza e discontinuità nell’erogazione, ma anche per la fragilità connessa alla vasta estensione degli impianti. Facili bersagli per chi con una sola esplosione può svellere migliaia di pale, o con una sola mina tranciare il cavo che in fondo al mare collega gli impianti off-shore, o con un solo ordigno a grappolo frantumare ettari ed ettari di pannelli solari.
Il progresso, quello vero, non passa per di là.

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