Altri più feroci, per fortuna, ancora non ne conoscono. E neppure sanno che mentre a ciascuno è dato scegliersi i propri amici, i nemici son loro che ci scelgono.
In questi tempi di bimbi mal cresciuti – dal presidente degli ex-gloriosi Stati Uniti d’America in su – anche i reggimoccolo della piccola Italia si dilettano nella ricerca di nemici immaginari che possano giustificare le loro abissali ignoranze, inettitudini e incapacità. E in mancanza di genitori (ignoti), o di insegnanti (mai incontrati), qual miglior «nemico» additare al mondo se non l’Unione Europea, impropriamente soprannominata «Europa»? Quasi a convincere i loro adepti che l’Unione sia uno Stato con pieni poteri, e non invece un insieme di accordi e trattati tra Stati sovrani? Di quegli Stati figlia, piuttosto che mamma?
Così, ieri a Roma, dentro una Nuvola insolitamente temporalesca, il/la Presidente del Consiglio dei Ministri ha tuonato per trentacinque minuti contro l’Unione Europea, tra gli scomposti applausi di una Confindustria ignara anch’essa di come funzioni al mondo ed ancor più incapace di guardarsi allo specchio.
Comprendiamo le ragioni di entrambi i nuvoloni.
Nemici del progresso e amanti del regresso, i confindustriali vorrebbero un mondo dove le antiche fabbriche producano e vendano a caro prezzo finimenti per carrozze e ferri di cavallo, dando lavoro a migliaia di maniscalchi per moltiplicare produzione e profitti. Ed accusano l’Unione Europea di aver proibito la circolazione dei cavalli in città, così come degli asini fuori dalle aule parlamentari, per imporre con la forza l’uso dell’automobile e favorire la nascente casta dei gommisti, responsabile anch’essa del calo di vendite di selle, basti, morsi e briglie.
Nemici del progresso ed amanti del regresso, le formazioni neofasciste in pieno confronto preelettorale, in assenza di un credibile avversario alle urne si azzannano fraternamente tra di loro: c’è da contenere l’avanzata del generale al contrario, a spese del ministro senza trasporto, e c’è da schiaffeggiare Bruxelles, che nega ulteriori prestiti al Paese più indebitato d’Europa, ben sapendo che quei denari finirebbero ancora una volta in mancette elettorali, piuttosto che nel rilancio di un’industria ferma al gettone telefonico e ai finimenti equini.
L’Unione (confidenzialmente chiamata «Europa») è accusata dal/dalla presidente in trasferta di essere un «gigante burocratico che deve fare meno e meglio».
Tre menzogne al prezzo di una.
L’Unione NON è un «gigante». Potrebbe esserlo, se fosse uno Stato. Ma non lo è. E neppure è una Federazione di Stati. Dunque non dispone di nessuno dei tre poteri propri di uno Stato: legislativo, esecutivo, giudiziario. Come può pertanto definirsi «burocratico» un organismo che non ha il potere di scrivere leggi? Se la «burocrazia» è giustappunto un eccesso di leggi?
Tutto quel che all’Unione è concesso scrivere, per mano dei rappresentanti di ciascuno Stato membro, non ha valore di legge, ma di «direttiva». Non diversamente da un circolo del golf, che può imporre norme circa l’uso del campo o sull’abbigliamento più consono al gioco, ma non può metter naso su quel che fanno o non fanno i soci tra le mura di casa loro.
Come potrebbe, dunque, fare «meno e meglio» un organismo che non ha alcun potere per «fare» alcunché? Né il bene, né il male, né il molto, né il poco, né il peggio, né il meglio?
Vallo a spiegare a chi non vuol capire. O a chi vorrebbe un’Europa tira e molla: Stato con pieni poteri, quando c’è da addossarle le proprie colpe; unione impotente (come in effetti è) quando c’è da depredarla. Ed auspica «libertà di impresa e il primato della politica sulla burocrazia». Quasi che i due propositi non fossero inconciliabili tra loro. Quando la «libertà di impresa» si ostina a tenere tafazzianamente in vita gettoni telefonici, maniscalchi, mafie balneari e peggio, e il «primato della politica» non è che un’espressione priva di senso, se prima non si specifica quale significato attribuire alla parola «politica»: se le (democratiche) istituzioni o gli (antidemocratici) partiti.
Pensiero e azione, predicava quel Mazzini che fece l’Italia.
Chiacchiere e inazione, predicano i cattivi governanti che non vogliono si faccia l’Europa.
Trovino almeno il coraggio di andarsene, da quel «gigante burocratico che deve fare meno e meglio» (pagando prima i debiti).
Senza questa Italia, sarà indubbiamente un’Europa migliore.

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