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Un mondo in bianco e nero

Tre note son troppe, per chi ama il rap

Tre colori sono un arcobaleno, per chi pensa in bianco e nero. 

Tre idee sono una biblioteca, per chi nel cranio non ne ospita che una per volta. 

Nella «Fattoria degli animali», le pecore di Orwell non cessano di belare quel solo elementare concetto iniettato loro dall’esterno: «Quattro gambe buono, due gambe cattivo!». 

Nella fattoria Vannacci le pecore non smettono di intonare: «Italiano buono, straniero cattivo». 

Si beano di quel che belano. E tanto basta a quei morbidi quadrupedi per sentirsi felici. 

Se la Terra è piatta, come la maggior parte della carne da partito fortissimamente crede, il mondo altro non è che una grande moneta a due facce: pace e guerra, ricchezza e miseria, salute e malattia, gioventù e vecchiaia, bruttezza o bellezza, buono o cattivo, viltà o coraggio, Italia o Europa, noi o loro, vincere o perdere, destra o sinistra, normale o anormale… 

In un mondo siffatto non è difficile, per i bifacciali, scegliere da che parte stare. 

Se poi, come per magia, salta fuori un pifferaio armato d’un magico flauto capace d’una sola nota (quella «giusta»), l’intero gregge non potrà che accodarsi festante.

*****

Vien da sorridere – sfogliando le pagine dei giornali, mai affamate d’inchiostro come in estate – nel leggere tante raffinate analisi sul «fenomeno Vannacci», militaresca incarnazione di quel bifacciale linguaggio fatto soltanto di «sissignore» e «nossignore». Cercare la complessità nell’elementare, non è che vana ginnastica cerebrale.

C’è un giocattolo che suscita particolare entusiasmo tra i bimbi d’età prescolare: un pupazzetto – spesso in forma di pappagallo, ma anche di scimmietta o di unicorno – che grazie a un minuscolo registratore è in grado di ripetere istantaneamente tutto quel che gli si dice. 

I bambini lo adorano! Per la prima volta, nella loro ancor breve vita, non soltanto si sentono ascoltati, ma anche compresi! Da una macchinetta che ripete alla lettera quel che essi pensano e conseguentemente dicono. 

Figuriamoci il successo di un pappagallone molto più grande, interrogato da fanciulloni anch’essi (di corporatura) più grandicelli! 

— Siete soddisfatti o insoddisfatti?

— Insoddisfatti!

— Per causa vostra o per causa d’altri?

— Per causa d’altri!

— E chi sono gli «altri»?

— Chiunque sia diverso da noi!

— E chi è diverso da voi?

— Chi ha più soldi e chi ne ha meno; chi non è Italiano e chi lo è troppo, e parla Italiano: lingua troppo difficile per noi; chi non crede in Dio e chi lo segue alla lettera...

Il pappagallone annuisce e ripete i medesimi concetti. Con voce più forte, amplificata dal web, dalla televisione, dalla stampa.

Ignaro dell’infinita sfumatura di grigi che intercorre tra il bianco ed il nero, il bicromatico elettore neppure intuisce la possibile esistenza del dubbio. Bianco buono, Nero cattivo! 

E il Vannacci, grammaticalmente dispregiativo già nel cognome, pur conoscendo l’esistenza del grigio, ha buon gioco nel vendere solo e soltanto il bianco. Assumendosi personalmente l’onere di decidere quel che debba esser bianco e quel che debba esser nero.

Grande è il disordine sotto il Cielo, naturalmente o artificiosamente creato. E lui vende certezze a persone che vivono nell’incertezza. 

E sono in tanti a comprare. 

*****

Tutto qui?

Tutto qui. Considerando il fatto che, al momento, il pifferaio in mimetica è il solo certezzivendolo presente sul mercato.

C’è stato un tempo in cui non v’era partito che non vendesse certezze. A breve, a medio o a lungo termine: paradisi celesti o rivoluzioni terrene; crescita economica o servizi gratuiti; dio-patria-famiglia o l’ateo globalismo delle coppie aperte; lavoro per tutti o redditi di spaparanza...

Oggi non più. Non c’è partito che non predichi il tutto e il contrario di tutto: lotta alla criminalità e tolleranza verso i criminali; lotta all’evasione fiscale e condoni a ripetizione; lotta all’immigrazione clandestina e smantellamento dei posti di frontiera; riduzione delle tasse e nuove imposizioni fiscali...

Come un pescatore che inneschi sull’amo trenta o quaranta differenti bocconi convinto di poter catturare in tal modo pesci d’ogni genere, pezzatura o specie, per poi restar deluso nel veder la possibile preda girare al largo, insospettita da tanta dovizia. 

Voler piacere a chiunque è il mestiere della prostituta: io ti do il mio voto, tu qualche moneta. Ora e adesso, mica per tutta la vita. 

Voler piacere a chi ti piace è vero amore: io credo in te e ti do tutto me stesso, e tu altrettanto con me. 

Solo così, scambiando con l’elettore una reciproca promessa di sincera dedizione, un partito diventa famiglia: solida base elettorale destinata a crescere e moltiplicarsi, piuttosto che pacchetto di voti pronto a vendersi al miglior offerente. 

Quanti tra i partiti (mai così spartiti) oggi in corsa può onestamente affermare d’aver messo su carta un credibile itinerario ed una meta attrattiva verso la quale avviarsi? Una promessa chiara, destinata a durare nel tempo?

Nessuno. 

Solo la premiata macelleria Vannacci suona la  facile musica d’una nota sola: «Noi buoni, gli altri cattivi». Anche tu puoi far parte dei «noi», se lo desideri, e dunque senza fatica fregiarti del titolo di «buono». Noi ti indichiamo una strada, per stretta che sia. Gli altri, solo consunti sentieri, o campi più o meno larghi.

*****

Non durerà molto, l’Italia vannacciana. Nessuna dittatura è sopravvissuta più a lungo di qualche decennio, ma tutte son nate da facili entusiasmi venduti come medicina di un diffuso malessere. Come nell’Italia del 1918, impoverita dalla guerra e rancorosa per la «vittoria tradita», o nella Germania di Weimar, indebitata con i vincitori e annichilita da un’insostenibile inflazione.  

Farà del male, l’Italia vannacciana, turlupinando i fessi per piegarli a proprio vantaggio. Ma finirà per renderli consapevoli della loro imbecillità ed aggiunger qualche neurone nel loro disabitato encefalo. 

Come nell’Italia del 1946. Quando quella stessa folla che solo poco tempo prima gremiva piazza Venezia si recò disciplinatamente alle urne per dar vita alla Repubblica.

Finiva un sogno (più in nero che in bianco), se ne apriva un altro. 

Stavolta, a colori.  

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