Ma io sono Superman. Quindi irrompo nella casa, acchiappo per il collo lo spacciatore e, in volo, lo consegno alla polizia, che lo arresta.
Io invece sono Trump. Irrompo nella casa, uccido chiunque mi capiti a tiro, sequestro lo spacciatore e lo trascino a casa mia, dove lo imprigiono in uno sgabuzzino. Poi mi impadronisco della sua dimora e di tutto quel che contiene. Quindi inizio a vendermi i mobili, i gioielli, gli elettrodomestici, i quadri, il vasellame e le suppellettili. Mio figlio, cambiato spacciatore, continua a farsi più di prima.
Sembra una favoletta, ma non lo è. È accaduto per davvero. In Venezuela.
Con la falsa accusa di alimentare il traffico di stupefacenti dal Sudamerica verso gli USA (evidentemente privi di controlli alle frontiere), il Padr(onc)ino di Washington ha sferrato un attacco armato contro lo Stato del Venezuela, disarmato e dieci volte più piccolo degli USA, sequestrandone il presidente e dichiarando senza vergogna di volersi impadronire non solo dell’intero Paese ma, soprattutto, degli immensi giacimenti di petrolio presenti nel sottosuolo. Quelli sì, la vera droga del morto di fame dal biondo capello.
Tutto vero.
Tranne due personaggi che sono invece di pura fantasia: uno è Superman, l’altro è la «polizia». Intesa come polizia a guardia del mondo: istituzione sovranazionale in grado di esercitare un controllo sulla correttezza dei rapporti tra nazioni ed eventualmente sanzionare quelle che non vi ottemperano.
Non è più un’attendibile polizia del mondo (se mai lo è stata) l’ONU, luogo di discussione e di confronto ma del tutto privo di poteri, per di più condizionato dal diritto di veto dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza (Cina, UK, Russia, Francia, USA).
Ancor meno credibile, oggi, è quel reciproco rispetto tra superpotenze, nutrito dal comune desiderio di pace e condiviso da quegli Stati che fondavano la loro prosperità sulla produzione agroindustriale, e su mercati aperti dove poter liberamente acquistare, vendere o scambiare ogni genere di beni.
Tale era la «globalizzazione» dei mercati d’acquisto e di consumo: una cornice di reciproci vantaggi all’interno della quale chiunque ne rispettasse le regole era libero di operare.
Non è più così. La fine dell’Età Industriale in Occidente ha spezzato quel comune interesse. Solo una parte del pianeta, benché non piccola, vive ancora di produzione e di commercio. L’Estremo Occidente (gli USA) vive ormai d’altro: di dati informatici, di reti di comunicazione satellitare, di software gestionali, di diritti cinematografici e televisivi. Beni non più materiali, ma immateriali. Che viaggiano lungo la fibra o nell’etere, non più per terra o per mare, con la necessità di superare le frontiere fra Stati. Dunque non più bisognosi di particolari accordi o trattati con altre nazioni vicine o lontane. Non più bisognosi di pace.
Ringalluzzito dal facile successo venezuelano, il rincitrullito di Washington punta adesso minacciosamente il dito contro Cuba, Colombia, Messico: contro l’intero continente americano.
A nord dimentica per il momento il Canada, guardato a vista da un vero re, non da un’immaginetta disegnata al computer. Meglio lasciar perdere Carlo III, padrone dei mari, ed importunare invece un reuccio disarmato come Federico X di Danimarca, intimandogli di non opporre resistenza al progetto USA di impadronirsi con le armi di quel reame di Groenlandia che Washington aveva invece promesso di difendere, quando ottenne in concessione (1953) la base militare e aerospaziale USA nella regione di Pituffik.
Sentendogli elencare in un solo lungo raglio un sì grande numero di imminenti conquiste, chi già considerava un pazzo l’inquilino dello Studio Ovale dispone oggi di ulteriori argomenti a conferma. Chi ha invece prestato attenzione ai timidi sussurri degli apostoli che gli ronzano intorno, dai Rubio ai Vance, passando per i Musk e gli Hegseth, ha forse percepito una nuova idea di spartizione del pianeta: non più in tre spicchi (come appena un mese fa sembrava possibile), ma in due. Da un lato Cina, India ed Africa; dall’altro le Americhe dal’Artico all’Antartico, strette tra i due oceani. Con una smagritissima Russia lasciata all’angolo e condannata a rifornire di gas e benzina ora l’uno, ora l’altro dei due schieramenti.
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A dar corpo a queste prime sommarie considerazioni, oltre al rapimento del presidente venezuelano, vi è anche il contemporaneo attacco a due grandi petroliere della flotta fantasma russa.
Se il ceffone venezuelano ha egualmente arrossato tanto la gota dell’«amico» Putin che quella del nemico Xi Jinping, il blocco delle navi, il furto dell’intero loro carico ed il rapimento degli equipaggi è stato un colpo ben più doloroso. E, soprattutto, espressamente indirizzato al compagno di lenzuola Vladimir Putin.
La reazione dei due schiaffeggiati, paralizzati dalla sorpresa, è stata inizialmente il silenzio. O meglio: due differenti silenzi.
Da un lato quello di una Cina sicura di sé, delle proprie capacità produttive e della solidità dei propri mercati (tra i quali, e non in piccola parte, lo stesso mercato USA).
Dall’altro quello dell’aspirante Zar, colto di sorpresa nel vedere il biondo gallinaceo scivolargli via dalle mani e volgersigli contro per beccargli inaspettatamente il naso.
Come spiegare un tale ribaltamento? Che è successo nel frattempo?
È successo che Trump e il suo staff, stufi d’essere introttolati dal cavernicolo del Cremlino, hanno finalmente compreso di poter fare a meno della Russia, ma non (momentaneamente) della Cina.
Putin non ha nulla da offrire agli USA, se non materie prime. In gran parte da estrarre.
Xi Jinping ha invece da offrire (e quotidianamente offre) la quasi totalità di quanto necessita agli Americani per sopravvivere e per vivere: dai telefoni ai televisori, dalle lampadine alle automobili, dal vestiario alle rubinetterie...
Gli USA hanno smesso da tempo di produrre quel genere di articoli, di quei beni materiali. Sono invece produttori, di fatto monopolisti, di altri beni pregiatissimi ma del tutto immateriali: software di ogni genere, tutti i sistemi operativi che animano tablet, telefonini e computer, da Windows ad Apple, da Adobe a Google. Reti satellitari e format televisivi, diritti musicali e cinematografici, idee di scarpe, giubbini, magliette e orologi che gli Americani disegnano e i Cinesi realizzano: da Nike a Sketcher, da Adidas a Hugo Boss. Gli USA progettano. Indiani e Cinesi (e una parte dell’Africa) fabbricano.
Le domande che inevitabilmente sorgono sono due:
1) Può una nazione vivere di soli beni immateriali?
No: a tavola si mangiano cibi materiali, e lo stesso tavolo, così come le sedie, i piatti, le posate, i bicchieri, son materiali anch’essi.
2) Può una nazione vivere di soli beni materiali? No: un computer senza Apple o senza Windows è come un’auto senza benzina, e così un televisore senza film, serie, musica, sport, avvenimenti, spettacoli, o il navigatore dell’auto senza i satelliti.
Fino ad oggi USA e Cina hanno pacificamente convissuto spartendosi equamente i compiti, scambiando i beni immateriali degli uni con quelli materiali degli altri: software del mondo gli USA, hardware del mondo India e Cina.
Fino a che la Cina non ha affinato le proprie capacità progettuali, debordando nel campo dell’immateriale con social networks di successo come «TikTok» e capacità di progettazione sempre più evolute e raffinate: nei trasporti come nell’edilizia, nell’automobile come nei cartoni animati.
Il primo tentativo del Pannocchia di frenare l’espansione cinese è stato il bombardamento di dazi, puntualmente rimbalzato dagli asiatici con percentuali sempre crescenti, da una a dieci volte il valore della merce tassata. Tanto da far recedere il biondo cialtrone da ogni assurda pretesa.
Determinato a contrastare una Cina ormai prossima a diventare il primo competitor mondiale degli USA nel settore dei beni immateriali, il picciotto di Washington pensò che fosse sufficiente baciare sul collo il crudele assassino russo, offrendogli su un piatto d’argento la testa del duro a morire Zelensky, per attirarlo dalla propria parte. Ma Putin ha traccheggiato forse troppo a lungo, deciso a travestire da storica vittoria il vile massacro di una popolazione disarmata, pugnalata alle spalle da una nazione confinante ventotto volte più grande. Esauriti – in quattro anni di inutili sforzi – uomini, mercenari ed armamenti, alla boccheggiante Russia non è restata altra via che acquistarli a caro prezzo sui mercati nordcoreani e cinesi, pagandoli con gas e petrolio.
Gli USA, convinti che il consolidarsi del nascente legame amoroso tra Cina e Russia avrebbe volto a proprio sfavore due dei tre spicchi del pianeta, han ben pensato di lasciarli giocare ancora un po’ con la caccia all’Ucraino e dedicarsi invece a rendere gli USA non più dipendenti dai beni materiali orientali.
In due modi: limitando le importazioni lungo le ben controllate rotte del Pacifico (oltre a prevenire l’apertura di nuove rotte artiche) e impadronendosi di tutti quegli Stati sudamericani produttori di quei beni materiali indispensabili alla sopravvivenza: dai prodotti agricoli (Brasile) alle automobili (Messico).
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Beni materiali e beni immateriali sono oggi la nuova discriminante che spacca nettamente in due il pianeta. Beni materiali che potremmo più brevemente etichettare con la parola «Produzione» e beni immateriali riassumibili con il termine «Comunicazione», inteso come creazione e traffico di dati, immagini, segnali radio, connessioni satellitari, reti gps, software gestionale e qualsiasi altro bene incapace di smuovere l’ago di una bilancia.
Produzione e Comunicazione son sempre esistite, nel mondo. Mai, tuttavia, tanto nettamente contrapposte e distinte come in questo neonato secondo quarto di millennio.
Solo uno o due decenni fa non era difficile trovar mescolate in solo oggetto Produzione e Comunicazione. C’erano merci, come l’abbigliamento, che oltre a rivestire il corpo comunicavano a vista l’appartenenza ad un ceto o a un gruppo sociale, dal basco al cappello a cilindro, dalla maglietta stracciata alla camicia di seta, dalla tuta al tight. Oggi nemmeno i militari e gli uomini di Chiesa son più tenuti ad indossare l’uniforme o l’abito talare, e uno stile più o meno ricercatamente casual accomuna il povero al ricco, il padrone al servo.
Anche l’automobile, utilitaria o berlina, sportiva o fuoristrada, economica o di gran lusso, comunicava un differente rango sociale, o un diverso approccio al mezzo (spazio, bellezza, forza o velocità?) o, comunque, un desiderio di distinguersi.
Le auto di oggi, sostanzialmente simili una all’altra tanto nella foggia che nel motore, non comunicano più nulla, se non il fatto che servono per potersi spostare liberamente.
Anche la Comunicazione, del resto, era un tempo costretta ad assumere talvolta l’aspetto di merce. Un film, stampato su diversi rulli di pellicola pesanti poco meno di un quintale, era in parte un bene materiale, pur restando principalmente immateriale.
Non diversamente lo erano i giornali, quando non potevano fare a meno della carta e dell’inchiostro, e un processo di produzione industriale efficientissimo – la rotativa – consentiva di stamparne una gran quantità in poche ore per poter essere distribuiti di primo mattino a quei piccoli templi dell’informazione (materiali) che erano allora le edicole. Così come templi dell’intrattenimento (materiali) erano i cinema, e tempietti della telefonia (materiali) le scomparse cabine stradali.
Produzione e Comunicazione, un tempo differenti facce del medesimo oggetto, stanno oggi ben separate su due fronti geograficamente opposti: la Produzione nell’ex terzo Mondo (Cina, India, Africa); la Comunicazione al momento concentrata sulle due coste USA.
E il pericolo che nasce da una simile discrasia sta nel fatto che, mentre la Produzione non può prosperare se non nella pace e in un mondo senza frontiere, la Comunicazione, nella sua immaterialità, non soltanto non può esser distrutta, sottratta, minacciata o imprigionata in caso di guerra, ma proprio la guerra la rende ancor più necessaria e indispensabile: essenziale per il puntamento delle armi non meno che per il coordinamento delle truppe, utile per la propaganda come per il sabotaggio delle infrastrutture civili e militari dell'avversario.
Solo in Europa ancora resiste qualche traccia dell’antica commistione tra Produzione e Comunicazione: tracce d’arte abbelliscono gli oggetti d’uso quotidiano, dai mobili ai lampadari, dall’automobile all’alta moda. Una compresenza che in parte sopravvive nel cibo, nell’architettura, nella cura del paesaggio. E nel turismo, che vende beni immateriali (cultura, informazione, piacere, bellezza), utilizzando beni materiali, dagli autobus ai materiali informativi.
Sarà forse per quel modo (ormai «antico») di vedere le cose, che gli Stati europei sono oggi sotto attacco tanto da Oriente che da Occidente? Con la Cina che contesta la resistenza all’apertura di nuove direttrici commerciali a senso unico («Via della seta») e gli USA che rifiutano di veder tassati i proventi che i loro beni (immateriali) generano sul territorio (materiale) degli Stati europei?
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L’idea di un mondo diviso tra Produzione e Comunicazione spiega molte cose.
Non soltanto l’inattesa tempesta di dazi scatenata dal bullo di Washington nel (vano) tentativo di riportare in patria una pur minima produzione di quei beni materiali indispensabili per la sopravvivenza, ma anche il più recente sforzo di inglobare e mungere le aree industriali ed agricole del Sudamerica e contemporaneamente chiudere le rotte artiche alle merci provenienti dall’Oriente.
E spiega il rinnovato interesse nella corsa al petrolio e verso altre forme di energia: perché se qualcosa accomuna i divergenti mondi della Produzione e della Comunicazione, quella è la fame di energia. L'energia che muove le macchine della fabbrica e quella che alimenta i sistemi di archiviazione dati di un crescente numero di cloud (dischi virtuali remoti) o della più recente AI, che naviga sottotraccia esaminando miliardi di dati per poi estrarne quei pochi necessari richiesti.
E conseguentemente spiega l’amore tanto del biondo americano che del mandorlovedente cinese per il Neanderthal russo: fame di energia. E spiega il rancore del pollastro USA per l’imprevisto fidanzamento tra Putin e Xi Jinping, così come l’urgenza di trovare in ogni dove quell’energia indispensabile per diffondere i bits americani nel mondo.
Comunque vada, la Russia ne uscirà fortemente ridimensionata: serva dell’uno o dell’altro padrone, ma pur sempre serva.
Quanto agli Stati Europei, ultimo lembo di terra dove progettualità e manualità convivono in un artigianato d’eccellenza, dove città monumentali ancora fondono beni immateriali (arte e Storia) con beni materiali (architettura e urbanistica), non possono che essere invisi (come in effetti lo sono) tanto all’una che all’altra parte.
E da quel facile bottino che erano (nel pensiero di chi, come il cavernicolo russo, già assaporava un ritorno all’antica spartizione), rischiano oggi di diventare il nemico giurato di entrambe le parti in lotta.
Nemico perché Diverso. Quell’imprevisto che sei costretto ad eliminare e distruggere perché, con la sua stessa esistenza, apre la strada al Dubbio. Nemico giurato di ogni facile Certezza.

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