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Tempo di racchette

C’era una volta il calcio. La Nazionale vinceva i Mondiali ed il tennis non era che un passatempo per ricchi, da praticarsi in circoli esclusivi come il Parioli o il Bonacossa, con adeguata disponibilità di denaro e tempo libero: la racchetta costava più della palla e la scarpetta più del piede nudo. E non si poteva giocare per strada. 

Al glorioso pallone, gli Italiani del Terzo Millennio sembrano preferire le palline: quella in punta di racchetta e quelle altre (più nascoste) che han fatto in pochi anni di Jannik Sinner il miglior tennista al mondo: campione planetario di uno sport che parla inglese, ma pur sempre figlio dell’italicissima pallacorda. 

Viva il tennis, dunque, sola cura al momento disponibile per le chiappe ancora arrossate da quel (doloroso) calcio che, per la terza volta consecutiva, ha eliminato la Nazionale dai Mondiali. 

Il dramma è che la passione per la racchetta ha presto tracimato da quella vasta ma ben delimitata platea di orfani della scarpa chiodata, finendo per coinvolgere non soltanto un intero Paese a corto di vittorie, ma anche (e soprattutto) una classe politica a corto d’elettori e di idee. 

La passione per il tennis pare infatti essersi subdolamente infiltrata nelle aule parlamentari come nelle sezioni di partito, nei ministeri come in televisione o su quel che resta dei giornali. 

È cambiata la tattica. 

Chi faceva politica ai tempi della libertà di voto, pre-rosatellum, non aveva che un solo fine: colpire con forza il pallone e cacciarlo in rete. 

All’opposizione il dovere di pararlo. E, quando possibile, ribatterlo. Non con la forza (quella stava nei piedi del terzino), ma con l’astuzia, la preveggenza, la velocità, l’intelligenza. 

Certo, in Parlamento si gioca in undici contro dieci. Mai alla pari. Per forza di cose ci saran sempre una maggioranza e una minoranza. Ma non è detto che dieci giocatori bravi non possano aver la meglio su undici rintronati.

Ma non è più quel tempo. 

In un’Aula che va a palline la rete non va centrata ma, al contrario, evitata. Vince chi non fa toccar palla all’avversario, e la vera arte è quella di ribattere in velocità colpo su colpo, rispedire al mittente le accuse, sputare a chi ti sputa, in perfetto clima da asilo Mariuccia, dove vige la legge del «E Giorgetta, allora? E Ignazino, invece?». 

La nuova disciplina sportiva ha presto fatto scuola, nel web come nei talk-show (ormai più show, che talk): possenti racchettate «contro» e non «per», nella speranza che alla decima o cinquantesima ribattuta l’avversario crolli. 

La vittoria, nel calcio, non è che la somma degli obiettivi centrati. Nel tennis è la somma degli errori dell’avversario. 

Più che una vera vittoria, è l’altrui sconfitta. 

Così – si tratti di centri in Albania che (mai) funzioneranno, o di soldi pubblici sperperati in bonus agli amici, o di referendum bucati – un’opposizione mai tanto armocromista (dal profondo rosso al nero più buio, senza trascurare il redditizio verde) continua ad intestarsi vittorie che non sono le sue, quanto piuttosto la somma di marchiani errori commessi da avversari impreparati ed ancor peggio allenati, scaraventati in campo quasi a loro insaputa. 

E di quegli errori – guardandosi bene dal suggerire più valide alternative – una supposta e supponente opposizione si cinge oggi la testa, certa che gli inciampi altrui, ribattezzati «vittoria» le porgeranno presto la chioma. 

Pia illusione. 


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