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Da pari a pari

Tra Capi di Stato, ossia tra due pari grado, come di fatto e di diritto sono Donald Trump e Papa Leone, dovrebbe quanto meno vigere, se non il reciproco rispetto, l’attenta osservanza dell’etichetta. 

Valeva tra gli antichi cav Netanyahu alieri, tra gli imperatori e i re. Non vale tra i pugili di periferia, più avvezzi ad insultar l’avversario a debita distanza che non a misurarsi faccia a faccia sul ring. 

Ma il Buzzurro del Queens, si sa, in quanto a etichetta neppure conosce quella della birra, che beve rigorosamente in lattina. Così, non trovando uno Stato più piccolo con cui prendersela, dopo i pinguini antartici, i 58.000 Groenlandesi o i disastrati Cubani senza più acqua né luce, ha pensato bene di metter sotto tiro quei 0,44 kmq dello Stato del Vaticano (appena più piccolo del campo da golf di Mar-a-Lago) puntando minacciosamente il dito contro il connazionale Papa Leone XIV, alias Robert Francis Prevost da Chicago, colpevole in primo luogo d’aver predicato e di predicare la Pace. 

E sottolineiamo «predicare»: dal momento che le guardie svizzere, con le loro lucide alabarde, avrebbero assai probabilmente la peggio se tentassero di interporsi tra missili islamici, truppe ebraiche e portaerei protestanti. Come alternativa alle armi, al più piccolo Stato del mondo non resta altro che la parola, e quella parola è «Pace». Che in bocca a un Papa disarmato non può che essere una preghiera e un auspicio, non una studiata e articolata strategia militare. 

Ma vallo a far comprendere ad un aspirante Nobel per la Pace, ritrovatosi non casualmente incastrato tra un Netanyahu che lo vuol mungere ed un Putin intento a depredarlo.

«È un papa debole!» rimarca il Pannocchia. Ed è vero. Ma anche Cristo, ai suoi occhi, altro non era che un loser, un perdente. Incapace di usare i suoi straordinari poteri per fulminare Pilato o por fine a una civiltà, quella romana, destinata a diventare millenaria. 

E poiché alla scempiaggine segue sempre la menzogna, il mutilato auricolare ci carica sopra un «Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano», regredendo in tal modo il possente felino da Vicario di Cristo a raccomandato di Trump. Per poi contraddirsi quando sostiene di preferire «...di gran lunga suo fratello Louis, perché è totalmente Maga. Lui ha capito tutto». Senza tuttavia spiegare, dopo aver appena affermato come sia in suo potere indicare il nome del Papa, per quel motivo abbia preferito Leone e non Louis!

«Non voglio un Papa che ritenga accettabile che l'Iran possieda l’arma nucleare», e qui siamo nel terreno della falsa illazione: Trump può anche non volere un Papa basso e grasso, o coi capelli rossi, o sdentato, ma non ha argomenti sui quali fondare l’accusa che Leone IV gioisca all’idea di ritrovarsi un giorno davanti a una religione nemica armata di testate nucleari e non di sciabole e alabarde. 

«Non crede alla lotta alla criminalità!», è l’ulteriore accusa, anch’essa falsa. Perché pur essendo il Vaticano troppo striminzito per ospitare bande di maranza ubriachi, e troppo ben sorvegliato per temere la presenza di vandali o ladri, troppo lungo è l’elenco di amministratori infedeli, vescovi spendaccioni, frati sporcaccioni e preti guastachierici finiti sotti il mirino della magistratura vaticana e puniti secondo le leggi di quel Paese. Il quale, val la pena ricordarlo, ha abolito la pena di morte soltanto nel 2001. 

Che altro dire? Più il Padrino di Washington le spara grosse, più fa grossi i suoi (loro malgrado) nemici. Molesta il Canada, e il loro sovrano ruggisce. Minaccia quattro eschimesi e si ritrova contro l’Europa. Si avventa sull’Iran e raccoglie schiaffi su schiaffi. Quale bottino riuscirà ad accattare in Vaticano dopo l’eroico assalto al Papa di Chicago? Qualche candelabro d’oro per casamonicizzare uno studio ovale che (grazie a lui) nulla più vale? O un certificato farlocco a firma papale, modello Nobel FIFA, di assoluzione totale e perenne da tutte le malefatte passate presenti e future?

Dio solo lo sa. Insieme al suo rappresentante in Terra.

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