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C'era una volta Hollywood

Chi ancora non avesse compreso come e quanto il rincitrullimento americano riguardi non soltanto gli inquilini della Tana Bianca, ma l’intera nazione, del cui regresso il Pannocchia non è che uno dei tanti disdicevoli esempi, non ha che da volger lo sguardo verso quel che è diventato, nell’arco di un decennio, il grande cinema americano. 

Chiamarlo «cinema» è già di per sé un oltraggio. Neppure lo si può definire «televisione», strumento che consente di «vedere da lontano», quando la maggior parte dei film odierni è girata nel chiuso di uno stanzino.

Prodotti audiovisivi che non possono considerarsi veri film, ma giusto un’apostrofo color nutella fra quei trenini di spot pubblicitari che, ad orari precisi, marciano su e giù lungo le piattaforme di streaming.   

C’era una volta il cinema. Quello vero. 

Le prime pellicole erano affamate di luce. Inimmaginabile girare in esterni, con carovane di gruppi elettrogeni su ruote per alimentare decine e decine di riflettori ad arco. Si girava al 99% in studio, di norma in regioni soleggiate come la California o l’Italia. Tra gli anni Quaranta e Sessanta, anche in Egitto. 

Filmare in esterni era invece la normalità nel caso dei western, girati tra deserti e praterie, dove la luce certo non mancava. Anche in quel caso, tuttavia, non pochi accorgimenti erano necessari: la larga tesa dei cappelloni mandava in ombra il volto e rendeva necessario illuminare quanto meno i primi piani con lampade o teli riflettenti. Scene più complesse, come i lunghi dialoghi tra uomini in sella, erano girate in studio, in groppa a cavalli meccanici. 

Prima degli odierni obiettivi a focale variabile (zoom), il solo modo per animare una scena era il carrello: un treppiede e un sedile posati sopra un binario sul quale la macchina da presa poteva avanzare, seguire o indietreggiare senza fastidiosi tremolii o scossoni. 

Al carrello si affiancarono presto il dolly e la gru, che aggiunsero lo spostamento in verticale ai possibili movimenti della macchina da presa. L’invenzione della steady-cam (un cavalletto stabilizzato indossabile dall’operatore) a partire dalla metà degli anni Settanta consentì riprese fino a quel momento inimmaginabili: come un veloce inseguimento a figura intera all’interno di un cunicolo, inquadrando per la prima volta tutta la persona su un terreno finalmente privo di binari.   

Le sole immagini tremolanti tollerate, nei film del secolo scorso, erano le riprese dall’elicottero. Oggi vantaggiosamente sostituite dai droni fotografici. 

Girare un film costava allora parecchio denaro. A 24 fotogrammi al secondo, un film montato richiedeva da 150 a 250 metri di pellicola, ma per girarlo ne occorreva almeno dieci volte tanto. Non soltanto per i codini prima e dopo il ciak, o perché la stessa scena si girasse comunque più volte, ma anche perché un certo tipo di riprese – come una normale conversazione in controcampo – necessitava d’esser filmata da molteplici angolazioni. 

Oltre ciò, la scenografia non poteva esser smantellata fino a che la pellicola non fosse stata sviluppata e visionata, per esser certi che non sarebbe stato necessario rimontarla. Una procedura rapida, se si girava in studio, ma con tempi decisamente più lunghi nelle riprese esterne.

L’audio non era mai totalmente registrato in presa diretta, ma in gran parte doppiato in post-produzione. La colonna sonora, quando espressamente composta per quel determinato film, era registrata in studio con l’orchestra posizionata davanti allo schermo, così che i musicisti potessero sincronizzarsi con i tempi del montato finale. 

Sarebbe sufficiente porre a confronto gli interminabili titoli di coda di un film d’epoca con quelli (ben più striminziti) dei filmati di oggi, per comprendere quanto lavoro comportasse allora la realizzazione di un film. E come adesso, invece, chiunque disponga di un telefonino possa girarne di pessimi ad un costo prossimo allo zero. 

Le spese di produzione degli ultimi grandi film, proiettati negli ultimi grandi cinema, han superato talvolta i 400 milioni di dollari (è il caso di «Jurassic Park» o di «Star War»). Oggi non è impossibile improvvisare un film per le piattaforme streaming con un budget inferiore ai 100.000 dollari. 

Si gira senza carrello e con obiettivo fisso, senza luci e con l’audio in presa diretta: sempre più spesso col telefonino montato su un gabbiotto provvisto di maniglie. L’immagine è sempre buia, instabile, quasi mai a fuoco. La scenografia è ridotta ad un solo ambiente. I nomi degli attori, di norma giovani dilettanti, sono oscurati sulla locandina da quello di maggior richiamo di una qualsiasi vecchia star a riposo che si presti ad apparire come figurante, mangiandosi metà del costo di produzione. La colonna sonora è al 99,9% un loop elettronico di pubblico dominio che accompagna sempre uguale l’intero filmato, variando soltanto nel volume. 

Inutile dire che non esiste più il costo della pellicola, e che per il montaggio finale (titoli inclusi) è sufficiente un qualsiasi computer portatile.

L’ABC del cinema è del tutto ignorato: nessun rispetto per la fotografia, dialoghi senza controcampo (camera a spalla con panoramiche a schiaffo), riprese in auto con luce naturale falsata dai vetri (non di rado colorati!), inquadrature fisse ad altezza d’uomo e via inorridendo.

Non potendo parlare le immagini (che non esistono), parlano i personaggi. Parlano tanto, come usa in tivù, ma non dicono niente. E quel poco che dicono (purgato del turpiloquio obbligatorio), è il più delle volte incomprensibile, mancando gli attori di alcuna tecnica di dizione. Quella che consente a qualsiasi vero attore di far comprendere un sussurrato fin nelle ultime file del loggione. 

Un tempo, quando c’erano pochi soldi da spendere e occorreva allungare il brodo, bastava girare uno di quei tanti (troppi!) film di sommergibili: una sola scenografia, tanti filmati di repertorio sul periscopio, costumi gratuiti forniti dalla US Navy, dialoghi moltiplicati per tre, quattro o cinque volte: «Armare i siluri!», «Siluri armati!», «Siluri pronti al lancio!», «Siluri pronti!», «Aprire portelli siluri!», «Portelli aperti!», «Lanciare i siluri 3 e 4!», «Siluri 3 e 4 lanciati!»... 

Oggi basta molto meno. Ci si inventa una qualsiasi ragione che renda necessaria una qualsiasi sparatoria e – dopo averne sparate di grosse in incomprensibili dialoghi – ci si spara per davvero ma con armi di scena. Ovviamene senza (costosi) inseguimenti in auto o (costose) riprese esterne. C’è sempre qualche vecchia fabbrica abbandonata, o un garage, o un angolo fatiscente dove per una buona mezz’ora, nel buio semiassoluto, lampeggia qualche volto illuminato (gratis) non da un direttore della fotografia ma dal fuoco (purtroppo) a salve delle pistole, delle bombe a mano e dei mitra. 

Quale miglior metafora del disdicevole degrado che regna oggi a Washington? Anche lì, nessuno che abbia nulla da dire, se non un’infilata a caso di smorfie, insulti, parole e parolacce, per poi imbracciare le armi (vere) e sparare non importa a chi, non importa dove e ancor meno perché. A patto che ci sia qualcuno disposto a pagare sull’unghia. 

Abbiamo così involontariamente assistito a diversi pessimi remake: da «Mr. Trump va a Washington» a «Casablanca 2, il ritorno»; da «Il biondo Padrino» a «Dazi driver»; da «Vai col vanto» a «Un Nobel che si chiama desiderio»; da «Il signore degli anelli al naso» a «Il grandissimo dittatore»; da «Un Presidente da marciapiede», ad «Apocalypse Soon»...  

Il cinema (quand’erano capaci di farlo), è stato uno dei più attraenti vestiti che gli Stati Uniti abbiano mai indossato nel secolo scorso. Come lo furono le imprese spaziali (quand’erano capaci di compierne) o le belle automobili (quand’erano capaci di costruirne). 

Con quegli abiti straordinari, gli USA seppero per lungo tempo stupirci. 

Con le brache di Trump vorrebbero adesso istupidirci.

Dev’essere accaduto qualcosa...

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