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Il bue e l’asinello

Il bue che dà del cornuto all’asino è un antico e collaudato proverbio che riposiziona in ambito campestre l’evangelico versetto: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?» [Luca 6,41].

Sentire un ministro della Repubblica imputare di «politicizzazione» un membro della Magistratura, suo pari grado, non può che richiamare alla mente la mendace accusa di quel cornutissimo quadrupede: il ministro di un Governo mai così politicizzato, al servizio di un Parlamento ancor più politicizzato, incolpa di politicizzazione il meno politicizzato fra i tre poteri dello Stato. Il solo (non a caso) che espressamente richiede ai propri membri un titolo universitario, non soltanto la scuola dell’obbligo. Aperto a pochi e selezionati, non al primo scaldapopoli di passaggio.  

A rigor di Costituzione, il Parlamento è (dovrebbe essere) cosa ben diversa dalla politica. Ai partiti non è permesso esser presenti in aula: ai senatori e ai deputati è concesso di riunirsi, se lo desiderano, nei gruppi parlamentari: che possono anche ispirarsi alle idee di un movimento o di un partito ma, a differenza di quelli, non dispongono del potere di impartire ordini o direttive a chi scelga di farne parte. 

Il ruolo dei partiti, in Costituzione, è normato dall’art. 49: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Libere associazioni, dunque, non diverse da qualsiasi altra libera associazione. Anche se hanno per fine non il golf, la cucina o il ricamo, ma la «partecipazione» («concorrere», non «decidere») al processo di creazione di una condotta politica nazionale. 

I partiti, in breve, sono sì tollerati ed ascoltati, ma non considerati indispensabili per il corretto funzionamento delle istituzioni. Che non è «determinato» da essi, ma alla cui determinazione essi possono (con metodo democratico) «concorrere». Non diversamente da quel che è lecito fare a qualsiasi altra libera associazione, sia essa ambientalista, europeista, sindacale, sportiva, benefica, culturale o quant’altro. 

Ancor meno la presenza dei partiti è ammessa all’interno del Governo: il giuramento da cui discende la piena legittimità dell’incarico conferito, non soltanto prevede assoluta fedeltà alla Costituzione e alle leggi, ma pretende che il ministro operi «nell’interesse esclusivo della Nazione». «Escludendo» pertanto  tutto quel che è diverso dalla «Nazione». Anche – e soprattutto – i partiti. I cui interessi, come rivela la parola stessa, non sono collettivi ma dichiaratamente «di parte». O non sarebbero tali.

Meno che mai i partiti hanno diritto di bighellonare all’interno della Magistratura. Per quanto nulla vieti ai magistrati, in quanto cittadini, di godere dei benefici dell’art. 49 e di associarsi liberamente in partiti.

Il governo D’Alema, a suo tempo, si batté per modificare l’art. 49 ed impadronirsi delle istituzioni (e dunque dello Stato) consegnandole nelle mani dei partiti. Come di norma in Cina. 

L’indegna proposta fu sonoramente bocciata, e con essa il medesimo D’Alema. Se il vignaiuolo fosse riuscito nel proprio intento, nessuno starebbe qui oggi a parlarne: né di Costituzione, né di Repubblica, né di poteri separati dello Stato. Tantomeno di libertà, benessere, progresso. 

Non per questo l’ambizione dei partiti di impadronirsi delle tre leve del potere è del tutto spenta. Anzi! 

Dopo aver cancellato la libertà di voto (col rosatellum), ben poche persone di valore riescono oggi a guadagnarsi un seggio in Parlamento, dove invece abbondano i dirigenti, i funzionari e i tirapiedi di partito, elettisi da sé. 

Al Governo, nominato dal capo dello Stato tenendo conto, quando possibile, delle preferenze di Camera e Senato, siedono più che talvolta quei medesimi parlamentari ai quali la legge italiana concede di impersonare contemporaneamente gli opposti ruoli di ministro e di parlamentare (con buona pace della «separazione delle carriere», pretesa per gli altri ma non per sé). 

La Magistratura, a ben guardare, è l’istituzione dove i partiti sono meno presenti. Non si ha notizia, tra i magistrati, della presenza di dirigenti o funzionari di partito, di ministri o di parlamentari. Esistono le cosiddette «correnti», è vero: ma assai più simili nello spirito ai (legittimi) gruppi parlamentari che non agli (illegittimi) partiti esterni.

Volendo stilare un’immaginaria classifica della «politicizzazione» dei tre poteri dello Stato, il primo posto spetterebbe senz’ombra di dubbio al Governo, seguito a un’incollatura dal Parlamento e quindi, ben distanziato, dalla Magistratura. 

Ciò nonostante, mai come oggi ci capita di osservare così tanti ministri e parlamentari (di razza indubbiamente cornubovina) dar del cornuto a magistrati delle più svariate razze: dileggiate come asinine, ma non certo armate di partitiche corna!

Come interpretare, dunque, tanto sguaiato muggire?

Visto da quassù, non è difficile intravvedere una riproposizione di quel dalemico partitico desiderio di invadere tutte le istituzioni dello Stato: dal Parlamento (dove si chiede la cancellazione dei senatori a vita, ultimi sopravvissuti della specie umana) al Governo, dove i funzionari di partito sopravanzano per dieci ad uno i pochi ministri competenti, fino alla Magistratura, ultima roccaforte dello Stato (insieme al Quirinale) ancora inespugnata.  

A breve parleranno le urne. Con quanta saggezza non è dato sapere, certo con la massima possibile efficacia. 

Non sarà difficile, per chi li osserva dall’alto delle loro teste, comprendere quale dei due contendenti sia il vero portatore di corna e quale invece no. 

E conseguentemente dare il proprio voto a chi – privo frontali escrescenze – non possa con quelle rappresentare per lui (e per la Nazione) una strisciante quanto concreta minaccia.  

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