Così, prima ancora di scoprire che l’autore della strage era un Italiano di nascita ancor più di Garibaldi (nato a Nizza), l’austropadanoungarico Matteo Salvini ha immediatamente aperto gli scarichi intimando a gran raglio: Remigrazione! Remigrazione! Remigrazione! Che, nel caso specifico, significherebbe accompagnare il folle alle frontiere dell’Italia per poi rispedirlo senza indugi in Italia. Al suo Paese.
A complicare il quadro geomigratorio giunge poi la notizia che tra gli eroi meritevoli d’aver steso al suolo e bloccato il Bergamasco impazzito ci sono i coraggiosi Osama e Mohammed: due Egiziani da anni in attesa di cittadinanza, e che tra i feriti più gravi ci sono una donna tedesca ed una polacca.
*****
Dissolti gli inconsulti sussulti, la parola di gran moda è adesso «integrazione».
In altri più illuminati contesti ci saremmo meglio aspettati: «responsabilità». Ma quella parola è stata evitata con cura: hai visto mai qualcuno s’accorgesse che ogni responsabilità – dalle strade prive di vigilanza alla mancata assistenza sanitaria, dall’indebita concessione della patente all’assenza di avviamento al lavoro – non può non ricadere su quel trascurato Capo del Condominio Italia che è il Governo. Dall’Istruzione ai Trasporti, dall’Interno alla Sanità, dalla Disabilità al Lavoro.
S’è dunque parlato, ed ancora si parla, solo e soltanto di «integrazione». Trascurando il fatto che quella parola, «integrazione», possiede in Italia più di mille differenti significati: uno per ogni bocca che temporaneamente la ospita.
Per alcuni, «integrazione» significa «accoglienza»: specialità propria dei grandi alberghi, non certo di una Nazione. La quale, di fronte a un ospite non pagante, preferirebbe conoscer meglio chi s’è messo in casa, prima di abbracciarlo e coccolarlo. Per altri, l’«integrazione» impone verso lo straniero un «dovuto» atteggiamento di rispetto. A prescindere. Anche (e soprattutto) nei confronti di chi rispettabile non lo è affatto, e neppure ha in animo di esserlo. Per altri ancora, inventori del «reddito di cittadinanza» (erogato anche a chi cittadino non era), «integrazione» è il mantenimento a vita in un mondo immaginario – non meno che suicida – fatto di soli diritti e di nessun dovere.
Circa poi i modi per realizzarla, quell’«integrazione» dai mille e mille significati, le scuole di pensiero (scusate l’eufemismo) sono due. C’è chi la intende come la ricerca di quelle similitudini storiche, religiose, comportamentali e culturali che avvicinino il sentire di popolazioni anche molto diverse, al fine di appianarne le distanze e ricondurle alla sostanziale unicità della specie umana, e c’è chi invece, in nome della conservazione di ogni specifica identità culturale (pluralismo culturale), si illude di poter integrare popoli diversi non limando ma, al contrario, esaltando quelle diversità che maggiormente li inimicano. In purissimo stile woke.
*****
Eppure, in fatto di integrazione, l’Italia potrebbe far da maestra al mondo.
Nata per sbaglio nel 1861, con un tasso d’analfabetismo del 78% al Nord e più del 90% al Sud, ancora nel secondo dopoguerra gli Italiani faticavano a comprendersi tra di loro, divisi com’erano da trenta diversi dialetti e da ancor più contrastanti tradizioni e usanze.
«L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli Italiani», auspicava in quegli anni una frase attribuita a Massimo D’Azeglio.
Sopravvissuta a due guerre mondiali e a vent’anni di sanguinosa dittatura, la nuova Italia repubblicana seppe agire di conseguenza.
Tutto quel che si pensava potesse servire a riunificare in una sola narrazione secoli di Storia (e di guerre) tra popolazioni tanto vicine quanto diverse ed ostili, era utile allo scopo.
Si costruirono reti stradali e ferroviarie, si facilitò la trasmigrazione tra Nord e Sud, si rese obbligatoria l’istruzione primaria.
Ma il maggior impulso venne prima dalla radio, poi dalla televisione (1954). Programmi di alfabetizzazione come «Non è mai troppo tardi», confronti musical-culturali tra regioni, come «Campanile Sera», incontri sportivi, rassegne teatrali, i quiz di Mike Bongiorno, il Festival della Canzone (1951), accelerarono non poco la nascita di quel comune sentire che oggi distingue ed accomuna ogni Italiano, indipendentemente dal luogo di nascita: napoletano davanti a un caffè o alla pizza, milanese all’ora dell’aperitivo, romano a quella della passeggiata, toscano se c’è da sbeffeggiare qualcuno, torinese quando c’è da lavorare.
Ha funzionato. Gli Italiani son stati fatti. Ora dovremmo fare gli Europei.
Un domani, chissà, gli Umani.

Commenti
Posta un commento