Presenti e strillanti anche gli ossimori, ossia gli «anarchici gerarchizzati», che chiedono l’abolizione del 41bis (impunità anche per le bombe, non solo per gli edifici occupati). Poco oltre, la consueta processione del lavatoio propal, intento ad elevar litanie mentre asciuga al sole le altrui bandiere.
Dei senzapaura sotto la Madonnina spaventa solo l’abissale ignoranza.
A cantar messa c’è Salvini, nella più alta veste di indissolubile Uno e Trino: ministro, senatore e capopartito. Tuona praticamente contro se stesso: accusando un’immaginaria «Europa», che in realtà non esiste, delle malefatte del proprio governo, del proprio parlamento e del propio partito. Implora la «remigrazione», quasi spettasse all’Unione Europea sorvegliare quei confini che non sono «europei», ma solo ed esclusivamente italianissimi, in accordo con la Convenzione di Schengen. Contesta «norme e leggi europee» che tali non sono – non possedendo l’Unione alcun organo legislativo col potere di scriverne o di un governo legittimato ad imporle –, ma semplici direttive, concordate tra Stati membri, che competerà ai parlamenti nazionali, dove Salvini siede, trasformare in legge. Cosa che l’Italia non sempre diligentemente fa.
Il Salvifico attizza la folla spandendo a piene mai il sogno di un’Italexit, ma dimentica che tanto nell’Unione che nell’Eurozona e nell’area Schengen è stata l’Italia a strisciare in ginocchio implorando d’entrare, e non Bruxelles a trascinarla per i capelli. E mostra d’ignorare che quella medesima porta funziona anche in uscita, e che è in potere del suo governo e del suo parlamento decidere se e quando eventualmente varcarla in senso opposto: andandosene. Facendo così dell’«Europa» un posto migliore.
Puzza di vecchio, ieri a Milano. Vecchie facce, vecchi slogan, vecchie parole, vecchio modo di far politica.
In un mondo senza freni e senza guida che, per quanto ami mascherarsi da futuro, con crescente simpatia strizza l’occhio a un più buio passato.

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