A coreggiare (a unirsi al coro) anche tanta italica carta ex-stampata. Tanto impegnata a tirar le orecchie ai ministri distratti o a biasimare quelli in spiaggia, da sorvolare su due non trascurabili elementi di valutazione.
Primo. C’è un re, in Spagna. E, per quanto i suoi poteri siano limitati dal Parlamento e dal capo del Governo, limitata non è la secolare dignità della Casa regnante. Responsabile non soltanto della difesa e del benessere dei propri sudditi, ma anche dell’immagine pubblica del Regno di fronte al mondo e alla Storia.
Secondo. Ancor più minacciati degli Stati terroristi del Medioriente sono in Suamerica i molti Stati di lingua ispano-portoghese, attaccati in armi in Venezuela, minacciati di invasione in Colombia o a Cuba, ipertassati in Messico.
C’è tanta Spagna, in America, a cominciare da quel Cristoforo Colombo (o Cristóbal Colón?) nato in quell’Italia che ancora non c’era (Repubblica di Genova) o, secondo altri, in Spagna da una famiglia ebraica poi scappata in Liguria. Un navigatore i cui resti mortali han viaggiato per il mondo forse più di quant’egli da vivo, da Valladolid a Siviglia, da Santo Domingo a Cuba, ed oggi infine in pace nella Cattedrale di Siviglia.
E c’è la lingua, sufficiente argomento probatorio che autorizza la feroce polizia di frontiera USA (ICE) a cacciare, catturare, imprigionare o uccidere chi da decenni risiede, immigrato e con documenti in regola, in uno dei cinquanta Stati nordamericani.
Può un re erede della nazione dove un tempo non tramontava mai il sole, ignorare il sangue spagnolo che ancora scorre nelle vene di quei 440 milioni di sudamericani, comunque maggioritari rispetto a 350 milioni di statunitensi?
C’è un orgoglio di famiglia da difendere, e una muleta rossa da sventolare di fronte al vecchio toro di cartapesta che pendola tra Mar-a-Lago e Washington.
E quando mai s’è visto un matador inginocchiarsi davanti al toro?
Mai. Neppure quando, eccezionalmente, è capitato che fosse il toro a vincere.

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