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Pulizie di primavera

C’era una volta, in Italia, tra l’VIII secolo e il 1870, lo Stato della Chiesa: un regime teocratico fattosi monarchia assoluta che, dalle coste laziali, si estendeva fino all’Adriatico, includendo la Romagna, l’Umbria, le Marche. Un’estensione pari al doppio dell’odierno Stato di Israele. 
I peccatori non dovevano attendere l’Inferno, per averne un assaggio già su questo mondo, e la pena di morte era largamente praticata. 

Sembrava che niente e nessuno potesse sconfiggere quel grande regno che spaccava in due lo Stivale, dotato di immense risorse finanziarie e spalleggiato da potenti alleati. 

Storia, religione, denaro, potere e geografia non impedirono tuttavia alla neonata monarchia sabauda, nel 1870, di conquistarlo ed annetterlo al nuovo Regno d’Italia. 

L’antico Stato dei Papi sarebbe risorto soltanto nel 1929, sotto il nome di Stato del Vaticano. Con un  territorio centomila volte più piccolo (0,44 kmq in luogo di 44.000), ma non per questo meno influente, in un mondo abitato da quasi un miliardo e mezzo di cattolici cristiani.

Perso il potere temporale, al Papa è rimasto il potere spirituale, che nessun missile potrà mai ridurre in polvere. E chi abitava quegli antichi territori pontifici vive oggi in piena libertà religiosa. Con buona pace del temuto «boia di Roma»: quel Mastro Titta che nel 1869 si affacciò in Paradiso con un nutrito curriculum di 515 esecuzioni capitali effettuate.

Che cosa determinò la fine del millenario Stato Pontificio? 

Vittorio Emanuele II, Cavour e Cadorna fecero la loro parte. Ma fu la Modernità a sconfiggere definitivamente quella temibile tirannia religiosa. 

Quella Modernità che vide la luce con la Rivoluzione Francese, poi sparsa a piene mani da Napoleone sul Continente, mentre in Inghilterra già fumavano le prime ciminiere della nascente Età Industriale. 

Sarà ancora la Modernità a spazzar via le moderne dittature religiose che ancora impiccano ed incatenano i loro sudditi in tanti angoli del Medioriente?

O saranno invece gli Stati del Golfo, Kuwait, Qatar, Emirati, dove la minoranza islamica ha mostrato di saper trasformare in ricchezza la tolleranza religiosa nei confronti di un’immigrazione indiana e indocinese che sfiora il 90% della popolazione? O quell’Arabia Saudita che un principe quarantenne sta tentando di aprire al mondo? O la lezione vaticana di un potere religioso liberatosi dalla cruenta zavorra che l’esercizio del potere temporale porta sempre con sé?

Certo è che i Paesi sunniti nell’area accusano oggi il peso di una resistenza sciita che si oppone con la forza tanto alla pace che al progresso, ed avanza pretese territoriali non soltanto su Gerusalemme, ma anche su La Mecca e Medina, minacciando i vicini con armi sempre più perfezionate, del tutto incurante del benessere dei propri sudditi, generosamente promesso nell’aldilà quanto fermamente negato nell’aldiquà

Il fragore dei bombardamenti americani e israeliani in Iran non deve distogliere dal rumoroso silenzio dei Giordani, dei Sauditi, dei Siriani, dei Libanesi, degli Emirati. Non a caso fatti immediatamente bersaglio di così tanti missili e droni. 

È il silenzio di chi tacitamente approva quanto per mano americana sta accadendo. 

L’Islam, al suo nascere, si fece strada ad Ovest con le armi, dalla penisola araba fino ai Pirenei, in cerca di quel progresso di cui restano al mondo non poche testimonianze, dall’architettura alla filosofia, dalla navigazione alla scienza. 

Eredità ben diversa è quella dei truci e intransigenti ayatollah sciiti, che le armi le rivolgono innanzitutto contro il loro stesso popolo, che preferiscono affossare le nazioni vicine piuttosto che innalzare la propria, che vedono nella preghiera non la tensione verso un mondo migliore, ma un obbligo da imporre con la forza: non l’adorazione di un esemplare modello divino, ma totale sottomissione verso chi si intitola il diritto di predicarlo  

Sorge il dubbio che la vera resa dei conti, oggi in Medioriente, sia quella tra un Islam sunnita che marcia in direzione del progresso, ed un Islam sciita deciso ad ostacolarlo in nome di una malintesa tradizione. E che in questo scenario il ruolo di USA e Israele sia quello di braccio armato all'interno di un progetto decisamente più vasto. Un braccio che non sarebbe per natura in grado di muoversi da sé, senza un cervello che lo comandi.

Come andrà a finire, è ancora presto per dirlo. La Storia prima la si fa, poi la si scrive. Ma è nostra modesta opinione che il confronto in atto, in quella regione del mondo dove tre continenti si incontrano, rischia di non concludersi, come altre volte in passato, in tempi relativamente brevi. 

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