Si tratta di un attacco mirato, principalmente indirizzato sui palazzi presidenziali iraniani, concordato con le forze USA e in purissimo stile Trump: ossia doppiamente vigliacco. Non soltanto perché il Pannocchia manda avanti ancora una volta il minuscolo Stato ebraico, ma anche (e soprattutto) perché sferrato in pieno Ramadan: l’equivalente di un attentato terroristico in Occidente la notte di Natale.
Qualche minuto fa, in un discorso ufficiale, Trump ha apposto la propria firma sull’operazione militare, intestandosela. L’allievo è americano, ma la scuola è quella di Putin: finto tavolo di pace con musica di missili e urla di dolore.
Lento, lentissimo il tavolo; veloci, velocissimi i missili.
A poche ore dall’attacco nessuno è ancora in grado di intravvedere il seguito di un simile azzardo, né se e in quale misura gli altri Paesi antisciiti del Golfo, Sauditi e Giordani in prima fila, siano stati informati e/o coinvolti.
Potrebbe persino finire bene, se l’esito di un confronto breve e limitato alla regione fosse quello di un Medioriente finalmente pacificato sotto una guida sunnita.
Certamente, da quel che è dato finora osservare, è iniziato male.
Malissimo.

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