Quando in un referendum costituzionale la scelta è tra la conservazione e il regresso, tanto i conservatori che i progressisti votano entrambi per la conservazione. I primi per convinzione, i secondi perché uno status quo è sempre e comunque meglio di dieci passi indietro.
Ciò nonostante, in un campo largo che è in realtà un mosaico di aiuole casualmente confinanti, adorne qualcuna di splendide piante ma alquanto rinsecchite, altre di troppo teneri virgulti, altre ancora di sole erbacce, c’è chi salta più d’un Tajani nel tentar d’acchiappar con mano il sol dell’avantieri ed impadronirsene non per proprio merito, ma per altrui demerito.
Non funziona così, in politica. Un autogol può determinare l’esito di una partita, ma non per ciò regala lo scudetto alla squadra avversaria, che a rete sarebbe meglio ci andasse con i propri campioni.
E chi sarebbero i centravanti di questa squadra che neppure indossa la medesima maglietta e neppure sventola la medesima bandiera? La sesta stella che, lungi dal combattere il nemico, preferisce giocarsela in casa e chiede a gran voce le «primarie»? La ricca armocromista che vuol donare tutto ai poveri, che a loro volta la disprezzano? L’ex sindacalista degli ex lavoratori che, come ogni altro piazzista, conosce solo la legge della piazza? Gli spaccavetrine di Torino e Milano, condannati da pochi e coccolati da troppi?
Ma, prima ancora degli interpreti, qual è lo spartito? Quali gli strumenti? Quale la musica? Quanti gli spettatori in fila?
Un fortunato gratta-e-vinci può forse far sentir ricco un poveraccio, per qualche ora. Ma un solo pesce che abbocca non fa di un vacanziere un pescatore.
Occorrono solide fondamenta, per elevare un solido edificio.
Se non si vuole che basti il soffio di un referendum, di una «leggerezza», di un eccesso verbale, per farlo venir giù.

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