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Sotto i colpi del NO

Accusare di «politicizzazione» la Magistratura, per bocca di un Governo mai così politicizzato e di un Parlamento mai tanto sottomesso alla politica, che prendono apertamente posizione il primo per mano del presidente del Consiglio ed il secondo nella persona del presidente del Senato, ha finito per contagiare di (pessima) politica persino una consultazione che politica, di per sé, non era. 
Politica è stata piuttosto la campagna referendaria, e politiche saranno le conseguenze della vittoria del NO, esaltata peraltro da una consistente partecipazione al voto. 
Ha vinto il No. Ha perso il Sì. Un limpidissimo NO alle modifiche costituzionali volute da una maggioranza non qualificata in Parlamento, nel tentativo di limitare il raggio d’azione del terzo potere dello Stato: la Magistratura. 
E sottolineiamo« potere». Di pari grado con quello di Governo e Parlamento. «Potere»: non «amministrazione» della Giustizia. Perché quella, come ogni atto amministrativo dello Stato, compete al Governo, che la esercita attraverso il dicastero della Giustizia.
La grande truffa di questo maldestro sassolino incautamente gettato tra i delicati ingranaggi della Costituzione, è stato il tentativo di addossare alla Magistratura (funzionante) le responsabilità delle lentezze e dei disastri del ministero della Giustizia (mal funzionante). Che con la Magistratura ha ben poco a che vedere, trattandosi appunto di poteri «separati», e non congiunti, dello Stato. 
La campagna referendaria del Sì quella separazione l’ha volutamente ignorata, quando non truffaldinamente rivoltata e rimescolata, posizionandosi in tal modo tra la (non così folta) schiera dei nemici della Costituzione. Tra coloro che, facendo leva su articoli e norme solo apparentemente marginali, vorrebbero in realtà estirpare le radici più profonde della Costituzione: quella separazione dei poteri che già Montesquieu riteneva l’irrinunciabile fondamento di ogni ordinamento politico che voglia realmente definirsi «democratico» 
Chi si SÌ ferisce, di NO perisce. 
La breve strada che resta da compiere, da qui alle nuove elezioni parlamentari, non è lunga. E il segnale emerso oggi dalle urne traccia ne con assoluta precisione, se non la direzione e la destinazione, quantomeno gli invalicabili confini.
Servirebbero un mezzo affidabile e un autista. I passeggeri – abbiamo or ora finito di contarli – ci sarebbero già.

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