Questo il grido di vittoria del Ciuffo di Washington, farcito di avvisi e minacce come un grido di vittoria non dovrebbe invece mai essere.
Un vero vincitore non sommerge di male parole lo sconfitto. Se il nemico ha ben combattuto gli rende piuttosto l’onore delle armi. Se è stato annientato, gli porge una mano per aiutarlo a risollevarsi, come già in Europa con il piano Marshall.
Le strilla del frastornato ottuagenario dittatore USA&getta suonano alle orecchie del mondo come un grido di rabbia, piuttosto che di vittoria.
Non ci è dato vedere, in America, strade cittadine invase dalla popolazione vittoriosa in festa, né in Iran maree di disperati che si trascinano affamati tra le macerie. Quel che invece è dato osservare è solo un vecchio pollastro dal ciuffo (un tempo) arancione che saltella tra un insulto, un missile ed un indice di Borsa, al solo fine di accumulare dollari svalutati senza neanche più il tempo necessario per spenderseli.
«Negózino!», è l’ultimativa intimazione del Pannocchia ai sacerdoti del terrorismo mondiale.
Ma quando mai un vincitore ha «negoziato», piuttosto che «concesso»? E quando mai uno sconfitto ha «negoziato», piuttosto che «accettato»?
«Negoziare», tanto in Oriente che in Occidente, significa «accordarsi». Nei souk di tutto il mondo trovi un venditore che dà un prezzo alla propria merce e un potenziale acquirente che ne propone uno più basso. Fino a che, calando le pretese del primo e il braccino corto del secondo, i due non «negoziano» un importo finale che sia remunerativo per chi vende quando sostenibile per chi acquista. Con reciproca soddisfazione.
Diverso significato ha invece il «negoziare» dei Trump e dei Putin: è il «negoziare» del ladruncolo che prima ti ruba il telefonino e poi, col medesimo, ti chiede una somma di denaro per riaverlo indietro, minacciando di rubarti anche l’auto, se ti opponi.
Nelle stazioni di polizia non si chiama «negoziato»: si chiama meglio «ricatto». Ma le stazioni di polizia non esistono più: non esiste più l’ONU, non esiste la Corte dell’Aja, son carta straccia i trattati internazionali. Non esistono più quelle istituzioni sovranazionali – esse sì, negoziali – che marcavano con la loro attenta presenza l’invalicabile confine che separa la pace dalla guerra: l’arma delle parole in luogo della parola alle armi.
Chiamare «negoziato» quel che è in realtà un vile ricatto, è la tecnica propria di tutte le mafie del mondo: dalla Sicilia alla Russia, dal Sudamerica alla Cina. Roba già vista e raccontata in tutte le salse, al cinema e nei libri, in televisione e sui giornali, e persino in musica.
Con una sola novità. Mai vista in precedenza e solo per ciò preoccupante. La cosca che comanda la piazza non gira stavolta armata di pistola e mitraglietta, ma può dispone del più vasto arsenale nucleare al mondo, dislocato in ogni più sperduta regione, con una marina e un’aviazione in grado di trasportarlo ovunque.
Negoziamo?

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