L’arte dei nostri giorni, così velocemente degradatasi dalle volte affrescate delle cattedrali ai muri di periferia, dalle tele ai tatuaggi ed ora agli schermi dei telefonini, quando parla di guerra non mostra più l’eroico duello tra Ettore e Achille, o le astuzie di Ulisse contro il ciclope, o le conquiste di Napoleone. No! Mostra piuttosto un indegno mix di città costiere distrutte e riplasmate in forma di campi da golf, grattacieli e piscine. Ci propina lo sconcio montaggio tra filmati di bombardamenti reali e clip di videogiochi, dove una leggera falange (del dito) non ha difficoltà a polverizzare un gran numero di falangi (di eroici combattenti). E non al suono della fanfara, ma di irridenti ballabili motivetti.
Il nemico non è più il dinosauro, il mostro dei mari, l’alieno, il vampiro, il ciclope. Non è più l’orso o il leone: è la zanzara, la cimice, l’insetto molesto. E la guerra non è più uno scontro armato tra pari, tra lottatori di simile peso e livello: è una spruzzata di insetticida su chi è infinitamente più piccolo e più debole di noi.
La pretesa è quella d’esser noi, il ciclope. Con l’indubbio vantaggio di non dover combattere con altri ciclopi, ma giusto con le pecore. Almeno fino a quando il ciclope non trovi davanti a sé un uomo, in luogo del pacifico ovino: un essere animato con due gambe di meno, ma un cervello in più.
La guerra del Terzo Millennio è quella del potente contro l’impotente. In tanto essa consiste: nello scagliare migliaia di missili posando il dito su un pulsante dal comodino di casa, non così differente da quell’altro pulsante che sta in cima alla bomboletta dell’insetticida. Una guerra contactless, per l’aggressore. Esiziale, per l’aggredito.
Funziona, certo: purché dalla parte opposta non ci sia un altro ciclope, ma uno sciame di insetti. Non importa se pacifici come le farfalle, utili come le api, fastidiosi come le zanzare o mortali come certi ragni. Quel che davvero conta è che siano piccoli. Meglio se piccolissimi. Meglio ancora se innocui.
Anche perché, in tempi di impunita vigliaccheria, nessuna «civiltà» occidentale riuscirebbe a schiodare dal telefonino i suoi (pochi) giovani per mandarli a combattere sul campo con armamenti che evolvono di anno in anno e richiederebbero mesi di addestramento.
Meglio un Venezuela 10 volte più piccolo degli USA, o le poche migliaia di «insetti» della Groenlandia, o una Cuba senza cibo e già nel bel mezzo del neonato Golfo d’America. Meglio per la Russia un’Ucraina 28 volte più piccola, o per la Cina una Taiwan 265 volte meno estesa.
Non è più tempo di pugilato, bandito quasi ovunque, ed ancor meno di corride con i tori. È tempo di videogames.
Non ci sono che due Ulisse rimasti sulla piazza. Uno si chiama Ucraina. L’altro si chiama Israele, alle prese con un ciclope sciita cento volte più grande ed uso ad attaccarlo pressoché quotidianamente. Armato del proprio istinto di sopravvivenza e della propria astuzia, Israele è riuscito a distogliere il Pannocchia dai lavori di costruzione della nuova sala da ballo e convincerlo a schizzare un po’ di insetticida sul proprio nemico sciita. Col risultato (come in Vietnam) di trasformare necessariamente i minuscoli avversari in altrettanti piccoli Ulisse, costretti ad inventarsi astute quanto facili contromisure quali le punzecchiate ai piccoli Emirati o il blocco dello Stretto di Hormuz.
E al ciclope americano, tanto grosso quanto fesso, non è restato che chiedere aiuto a quegli «amici» ai quali fino a un minuto prima aveva sputato in faccia. Alla ricerca non di un aiuto (di cui non avrebbe certo bisogno) ma di complici. Sui quali poter scaricare un domani la responsabilità di un’eventuale ignominiosa sconfitta, salvando nel contempo le chiappe a quegli elettori poco desiderosi di trascorrer le vacanze estive in una buca nel deserto sotto il fuoco nemico, per giunta senza rete wi-fi e aria condizionata.
Pocos, locos y mal unidos, gli Stati Europei hanno immediatamente fiutato la sóla (Omero era uno di loro, dopotutto. Mica dell’Arkansas) ed educatamente rifiutato l’interessata promessa di gloria. Pronti a combattere contro chiunque li minacci (come NATO insegna), ma non a sterminare i lontani insetti di un lontano continente su imposizione di un pazzoide che sta a capo di un terzo continente.
Ci pensi il «Board of Peace», l’ONU privato del Pannocchia. Ad egli tanto devoto da esser pronto ad immolarsi per la di lui gloria e la di lui cassaforte. Sotto lo sguardo attento, s’intende, non soltanto di noi alati che stiamo qui in Cielo, ma anche del solo osservatore ufficiale presente in loco: l’incappellato e binoculato itajanissimo ministro Tajani.

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