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Davos? Prendos!

Chiusa l’effervescente passerella svizzera, più simile alla pista d’un circo di periferia che non a un confronto tra capi di Stato, resta positivo il fatto d’aver visto molti dei nostri dubbi consolidarsi in assolute certezze. 

La prima, indiscutibile, tra queste, è che l’orso giallo di Washington non sta lì alla Casa Bianca per fare i soldi, ma per prenderseli già fatti: non guadagnati, ma rubati. Senza fatiche, senza rischi, senza ostacoli. O coi cannoni, o con i dazi, o con prevedibili terremoti in Borsa.   

La seconda evidenza è la manifesta inconsistenza politica dell’Unione Europea. Ben nota a chiunque sappia tecnicamente distinguere tra Unione di Stati, Confederazione di Stati, Stato confederale, Stato federato, Stato unitario. 

Un’Unione Europea che si atteggia a Stato, pur non disponendo di un capo di Stato, né di un governo, di un organo legislativo, di un potere giudiziario, priva di confini certi e di una moneta comune, esautorata in materia di politica estera, economica o di difesa, in quel di Davos avrebbe forse potuto approfittare di tanta conclamata inesistenza per tirare indisturbata le orecchie al predatore dei ghiacci altrui, ma ha invece finito col farsela addosso al solo sentir pronunciare la parola «dazi»! 

L’Unione, a Davos, le orecchie se l’è invece fatte tirare un po’ da tutti. Non soltanto dal megabuzzurro USA-e-getta, ma anche dal primo ministro canadese Mark Joseph Carney che – in un discorso degno di un redivivo Winston Churchill – ha saputo reggere alta la bandiera di quel lembo d’Occidente che ancora guarda dall’alto in basso il biondo pezzente di Washington, ma anche da uno stremato (ma non prostrato) Zelensky, mai come oggi stretto tra le ganasce della tenaglia russoamericana e deluso da un’Unione prodiga di luminescenti parole, ma di fatto incapace di gesti incisivi e concreti.

Circa il cerebroleso americano e il suo rapporto con l’antenata Europa vale quanto scritto ormai un anno or sono: «Con chi abbiamo a che fare? Col papà che caccia giustamente da casa il pargolo ormai adulto, cresciuto e ben pasciuto, augurandosi che sappia badare a sé stesso, o col figlio snaturato che si disfa dell’anziano genitore per disporre di più denaro e tempo libero?». 

In entrambi i casi, agli occhi di un Trump mal cresciuto che si crede adulto, l’Europa non è che un ingombro ed un peso da cui liberarsi al più presto. Che egli veda in essa la genitrice di quegli USA allattati dal pensiero repubblicano dell’Ottantanove francese, o la bimba ancora in fasce amorevolmente nutrita, educata e protetta all’indomani dello sfacelo italotedesco del Quarantacinque.

La sola risposta che l’Europa può dare, pertanto, è quella di chi si sente insieme madre e figlia. Tradite entrambe.

Come madre, nessuno può permettersi di insegnarle quell’educazione (liberaldemocratica) che ella stessa ha inventato e diffuso nel mondo, tagliando letteralmente le teste ad una plurimillenaria aristocrazia. 

Come figlia, nessuno può rinfacciarle il denaro speso in latte, pannolini e caramelle, dopo aver a lungo goduto dei suoi sorrisi, delle sue carezze, dei suoi canti, della sua arte, della sua poesia… 

Se gli USA vogliono proseguire da soli il loro cammino, si accomodino. Purché sia per davvero il loro, e non – come in Groenlandia – l’ altrui. 

Allo stesso modo anche gli Stati dell’Unione, staccate le rotelle USA dalla bicicletta Europa, dovrebbero diventare finalmente adulti ed imparare a pedalare da soli. E per poterlo fare debbono – prima di ogni altra cosa – farsi Stato. Lo fece l’Italia nel 1861, sconfiggendo potentissimi imperi, ancor più facilmente potrebbero farlo oggi gli europei. Che, se non altro, non hanno (per il momento) alcun invasore sul proprio suolo. 

L’ultima certezza emersa dal breve ma rivelatore confronto tra Davos e Prendos, è la sempre più netta contrapposizione tra Materiale e Immateriale: tra Paesi ancora immersi nell’Età Industriale (come la Cina o l’India, produttori di beni materiali),  ed altri, come gli USA, produttori di soli beni immateriali. Un mondo dove i Paesi «materiali» avrebbero molto o tutto da perdere in un possibile scenario di guerra, ed i Paesi «immateriali», al contrario, tutto da guadagnare. 

Nessuno compra auto, televisori, profumi o lavatrici, se le bombe gli distruggono la casa, ma chiunque è pronto a pagare dieci volte di più il collegamento wi-fi che gli consente di restare in contatto con il mondo, o il segnale satellitare che solo può fermare i missili nemici e guidare sul bersaglio i propri.

In questa sostanziale bipartizione tra USA (immateriali) e Cina (materiale), bene ha fatto la presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ad aprire un largo spiraglio commerciale verso la Cina, l’India e il Sudamerica (Paesi più che mai interessati al mantenimento dello status quo) presto imitata dalla Francia e dal Canada. 

L’Europa ha oggi la fortuna di appartenere tanto al mondo del Materiale che a quello dell’Immateriale. Nel primo si distingue con prodotti d’eccellenza che vanno dall’alto artigianato all’aeronautica, dall’agroalimentare alla meccanica. Nel secondo come fedele custode del retaggio storico dell’intera umanità, custodito in quei musei a cielo aperto che sono i villaggi e le città e mantenuto vivo dall’arte, dal design, dalle istituzioni universitarie. 

Stare nel mezzo non può e non deve  indurre a strizzar l’occhio ora all’uno, ora all’altro dei feroci contendenti in gara. Sarebbe un ingenuo comportamento da bimbi: appena venuti al mondo e vogliosi di piacere a tutti.

Occorre al contrario un atteggiamento da uomini. Occorre metter su casa, con una Costituzione e leggi condivise, con un capocondominio a tutti gradito e nerboruti portieri all’ingresso. Così che chi vorrà parlar d’Europa con l’Europa, possa (o meglio: debba) sollevare il telefono e chiedere cortesemente un appuntamento. Cosciente del fatto che potrebbe essergli negato. Come usa quando si tratta da pari a pari. Non da padrone a servo.  

Occorre dar vita a uno Stato Federale Europeo. Con ci crede e con chi ci sta. Accanto all’Unione Europea, all’Eurozona, all’area Schengen, inizialmente. Non necessariamente «invece».  

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