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Ancora all'àncora

Se solo fosse nato in Sardegna, Calenda avrebbe fatto tesoro del proverbio locale: «L’asinello sardo lo fotti una volta sola». 

Ma è nato a Roma, e ha dunque annunciato di volersi rappacificare con lo scacciavoti fiorentino, ed insieme ai degni compari di quest’ultimo presentarsi alle prossime elezioni per il Parlamento europeo. 

L’asinello romano è evidentemente gender fluid.

Cosa mai avrà da guadagnare chi ha comunque raccolto due terzi delle preferenze del Terzo Polo, dall’accodarsi a chi a malapena ne ha conservato uno? Forse il mantenimento del gruppo parlamentare condiviso, coi benefici anche economici che ne conseguono? Ma quanto costerà, in termini di voti, presentarsi ancora una volta a braccetto dell’impresentabile, con un programma necessariamente vago e generico, in attesa di nuove quanto certe imprevedibili capriole?

Chi sta da cinque o sei anni con la matita in mano in attesa di poter votare la prima testa pensante che si intravveda all’orizzonte, non può che riporla nel taschino di fronte a una simile coppia: una sorta di moderni Dean Martin e Jerry Lewis. Se non fosse che di entrambe le parti si è impadronito il Leopoldo: i lineamenti di un Jerry Lewis con la sfrontatezza di un Dean Martin. 

E nulla resta in mano a Calenda: se non l’immagine di un bimbo bizzoso, animato dall’incertezza e incapace di agire senza una spalla sulla quale appoggiarsi. L’esatto contrario di quelle sicurezze che da tempo ogni elettore moderato va invece più o meno consciamente cercando, pronto a saltare anche questa tornata pur di non dividere il proprio voto con chi ha a suo tempo ampiamente dimostrato di non saperne fare buon uso.

Con l’àncora toscana ancora attaccata al collo, sarà un altro sette per cento, se andrà bene. 

Alle Europee, per giunta: dove l’elettore, libero da ogni condizionamento locale, ha sempre votato secondo coscienza, mai per convenienza. 

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