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L'ora dei vigliacchi

Ci risiamo. Non solo Regeni. Non soltanto gli oltre duemila Italiani incarcerati all’estero, troppi dei quali senza alcun ragionevole motivo. Ora è il momento di una giornalista non ancora trentenne, con i visti in regola e un piano di lavoro concordato con le autorità di Teheran, sotto la tutela dell’ambasciata d’Italia. 

Chi pensava che fosse sufficiente strizzare italianescamente l’occhio a chiunque, da Putin a Musk, da Zelensky a Orban, per assicurare al Paese un presente (e un futuro) di pace, è richiamato alla dura realtà: non siamo noi a sceglierci i nemici, sono loro che scelgono noi. E per inimicarsi il prossimo, ogni motivazione è superflua, come ben sanno tanto l’agnello che il lupo. Chi è grosso e potente troverà sempre il modo di giustificare ogni sopraffazione ai danni del più debole. E il debole tenterà comunque di sommuovere la Storia sfidando il più forte. Come nel 1940, quando gli Italiani senza neppure il bagno in casa, tra la fame più nera e letteralmente con le pezze al sedere non esitarono a dichiarare guerra alla Francia e alla Gran Bretagna: le più grandi potenze di allora.

Sfidare il più forte è spesso una scelta vincente. 

Se il piccolo Poggibonsi (serie D) invitasse la grande Inter (serie A) a confrontarsi sul proprio campo, e l’Inter accettasse di farlo, il vero vincitore sarebbe in ogni caso il piccolo comune toscano, quand’anche dovesse perdere per dieci a zero. Perché il solo fatto che un simile incontro sia stato ritenuto congruo e possibile da parte di un così grande avversario, basta ed avanza per elevare il rango del piccolo sfidante ed abbassare quello del possente sfidato. Come accade a certi piccoli cagnolini a cui piace abbaiare con più inusitata forza quando incontrano molossi venti volte più grandi di loro, rassicurandosi in tal modo di appartenere entrambi alla medesima specie, per quanto differentemente dotati.  

Esiste infine una terza strategia, che è quella preferita dai vigliacchi. Se il nemico è troppo potente per poterlo affrontare di persona, rapisco il figlioletto e con quello in ostaggio lo ricatto, costringendolo a piegarsi. È il metodo preferito da ogni genere di mafia, in Italia come all’estero.  

In questo specifico caso, se il nemico di Teheran sono gli USA, colpevoli d’aver scoperto e bruscamente interrotto il traffico d’armi di un gruppo di terroristi jihadisti, uno dei quali arrestato a Boston e l’altro in Italia su richiesta di estradizione, Khamenei trova evidentemente meno rischioso imprigionare una giovane italiana di passaggio che non affrontare de visu, come usava tra gli Ettore e gli Achille, il proprio vero nemico. 

Ma è l’ora dei vigliacchi. Di chi non ha la forza per affrontare l’avversario guardandolo negli occhi e ama simularla inviando mercenari per distruggere i Paesi vicini (purché almeno ventotto volte più piccoli, come l’Ucraina) o – ancor più facile – incarcerando il proprio stesso popolo, con spiccata preferenza per i più deboli, siano essi donne, vecchi, bambini, poveri, diversi. 

Affari loro! È la pronta italianissima difesa di chi è abituato a incontrare il male solo sulle pagine dei giornali. Fino a che il male non balza fuori da quei fogli e gli si pone improvvisamente di fronte. E volgergli le spalle non è più possibile. E neppure consigliabile.

È tempo che l’Italia del quieto vivere si guardi meglio allo specchio. La pace è una conquista. Non una resa. Ed è tempo di costruire un vero Stato Federale Europeo, con le sue leggi, il suo governo, la sua politica estera, il suo esercito. 

Nel 1861 c’era da costruire un’Italia. Oggi c’è da costruire un’Europa. Prospera e sicura. 

Contro i tanti che, all’Est come all’Ovest, preferirebbero invece vederla distrutta.  

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