In parte un successo lo è, se può chiamarsi tale un mancato disastro.
Un movimento come il piddì, privo non soltanto di una linea politica ma persino di una vera ragione di esistere, se non quella di amministrare al meglio il parco poltronale acquisito in passato, non possiede oggi altra arma per tentare di vincere se non quella del NO: un NO contro tutto e contro tutti. Un NO ora maiuscolissimo, ora minuscolissimo, ora flebile e quasi sottovoce, talvolta travestito da SÌ, se necessario. Ma pur sempre un NO.
Si potrebbe dire che principale attività del piddì consista al momento nel tentare di respingere i non potentissimi colpi dell’avversario, un po’ come quei giocatori di ping pong incapaci di mettere a segno il tiro vincente e costretti in difesa, senz’altro vero obiettivo se non quello di restare al tavolo da gioco. Non sia mai che la dea bendata o, in alternativa, il fattore «C», finiscano casualmente col favorirli. E non per loro bravura, ma per qualche provvidenziale errore dell’altro giocatore.
Neppure è certo che il Paese davvero necessiti di una «Sinistra», se poi nessuno è disposto a sedersi attorno a un tavolo e stabilire in che cosa la Sinistra del terzo millennio debba infine consistere: se la si voglia realmente progressista o, al contrario, nemica di ogni progresso: sia esso un termovalorizzatore, un traforo, una ferrovia o un ponte; se davvero democratica o piuttosto avversaria di ogni maggioranza, dietro la foglia di fico della difesa di ogni più piccola minoranza; se favorevole all’uguaglianza o sostenitrice di una preconcetta diseguaglianza, seppure su basi ideologiche anziché economiche; se convintamente eurofederalista o soltanto genericamente «europeista».
Certo è che alla sedicente Sinistra son venute a mancare le ragioni stesse che ne determinarono la nascita: l'inizio dell’età industriale e, con essa, la comparsa di una nuova classe sociale, il proletariato, alla disperata ricerca di una rappresentanza.
La fine di quell’età industriale, in Occidente, ha avuto come prima irreversibile conseguenza la scomparsa di quella inedita compagine e, con essa, della necessità di un partito che ne rivendicasse i diritti.
A caccia di nuovi oppressi da difendere, il sindacato ha presto esteso il titolo di «lavoratore» dagli antichi salariati a chiunque oggi svolga un’attività alle dipendenze, degradando in tal modo i medici a «lavoratori della sanità» e i docenti universitari a «lavoratori della conoscenza», per non parlare di quei lavoratori non più tali – i pensionati – oggi vero zoccolo duro della Triplice. Il piddì, complice anche la massiccia iniezione di reduci democristiani sopravvissuti ai manirepulisti dei primi anni Novanta, dapprima ha tentato di rimpiazzare il proletariato con i «poveri» (che classe sociale ahimé non sono), rubando in tal modo il mestiere alla Chiesa Cattolica e alle Dame di San Vincenzo, dall’altra ha aperto la caccia alle infinite minoranze da tutelare e difendere, indipendentemente dall’ideologia che esse propugnano, felice del fatto che la loro crescente presenza sul web ne abbia in brevissimo tempo moltiplicato il numero e amplificato la voce.
L’inevitabile conseguenza è stata tuttavia la moltiplicazione delle rivendicazioni e la polverizzazione della linea politica del partito, un tempo dedito a rappresentare una sola componente sociale compattata da esigenze comuni in ogni angolo del pianeta (le otto ore, la paga, la salubrità in fabbrica...) ma adesso impegnato a portare avanti le esigenze minoritarie di piccoli gruppi litigiosi, per loro stessa definizione in lotta tra loro. O non sarebbero minoranze.
Pian piano è andata in tal modo affermandosi, nell’ex partito, la linea francescana della difesa dei «deboli» (e pazienza se sono talvolta essi stessi la causa prima della propria debolezza) e l’insana abitudine di parlare agli animali, siano essi a quattro o a cinque stelle! Pauperismo medievalista cattolico spacciato per lotta di classe. Di una classe che più non c'è.
La domanda finale è una soltanto: posto il fatto che l’attuale governo è tanto inetto quanto in malafede, pronto a prendersi gioco della Costituzione e in crescente contrasto con le istituzioni europee, se un ex partito come l’attuale piddì dovesse accidentalmente trionfare in una prossima tornata elettorale e occupare le istituzioni, quale vantaggio potrebbe mai trarne il Paese? Che cosa di realmente rivoluzionario e differente potrebbe mettere in atto il piddì per migliorarne la qualità della vita e la collocazione in seno all’Unione? Forse il decreto Zan o lo ius soli? Forse la «promozione» dei rider da autonomi sottopagati a dipendenti comunque sottopagati? Forse un direttore amico in qualche telegiornale RAI?
Ogni buon pubblicitario sa che per vendere un prodotto è necessario per prima cosa suscitarne il bisogno, se esiste; oppure inventarsene uno ex-novo, se non esiste.
C’è davvero qualcuno, oggi, in Italia, che in tutta onestà si senta di affermare che il Paese abbia davvero un così urgente bisogno di un movimento in pieno stato confusionale qual è oggi l’attuale piddì?
O non piuttosto di un partito che, scomparsa la classe operaia, scelga come sol dell’avvenire il Progresso, inteso sia in termini di crescita economica che di generale miglioramento della qualità della vita, perseguito sulla strada tracciata dalla Costituzione in vista di un’Italia resa più sicura all’interno da un benessere diffuso nella certezza del diritto e, all’esterno, da un compiuto Stato Federale Europeo a cui demandare i compiti di politica estera e difesa? Di un partito che, anziché limitarsi a rintuzzare di volta in volta i deboli lanci dell’avversario, si dimostri capace di avanzare secondo un piano prestabilito, dribblare in sicurezza chiunque tenti di fermarlo ed infine tirare in porta tra gli applausi del pubblico elettore?
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