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Il mucchio selvaggio

C’è un metodo infallibile con il quale noi alati ci divertiamo a valutare in un istante di qual pasta sian fatti gli umani, ed è quello di immaginare quale ruolo potrebbero più agevolmente interpretare in un vecchio film western. 

Di quelli di una volta, rigorosamente in bianco e nero. 

Che altro potrebbe fare un Enrico Letta, ad esempio, se non servire whisky dietro il banco del saloon di Chitory Mountain, col farfallino nero e il luccicante gilet abbottonato sopra il candido grembiule? Pronto a servire con sguardo benevolo e cordiale persino un Grillo: il commesso viaggiatore che tenta di rifilare al mondo miracolose pozioni e un mare di cianfrusaglie, o il lugubre Di Maio, l’impresario di pompe funebri, mentre Bersani, che pure è il buon­tempone amico di tutti, beve da solo al suo tavolo? 

Solo solissimo è anche Salvini: il vigliaccone sempre in un angolo che guarda storto ogni straniero che varchi la soglia, borbottando frasi senza senso ma sempre pronto a mettersi al riparo. 

Gli fa da sponda, occhieggiando gli avventori dall’angolo opposto, la bionda Meloni: oggi triste e volgarotta, ma un tempo bellissima e provocante soubrette del saloon, segreto desiderio dell’imberbe Speranza, il pacifico figlio del Pastore. 

Due mendicanti claudicanti e sdentati, Mastella e Tabacci, si aggirano intanto fra i tavoli alla ricerca di bicchieri a metà e di sigari non del tutto fumati, mentre Calenda, in abiti da lavoro, striglia i cavalli nella stalla.  

Veltroni, seduto al pianoforte col consueto cartello che invita (ahimè) a non sparargli addosso, strimpella popolari motivetti. Lo intimorisce con occhi di ghiaccio il temuto pistolero D’Alema, sempre in cerca di guai e al servizio di chiunque sia pronto a pagarlo, come il vecchio e crudele padrone delle miniere, l’insaziabile Berluscoony, da sempre in lotta con il giovane Renzi: un allevatore ex cacciatore di taglie che mira ad arricchirsi sottraendo la terra e il bestiame ai vicini. 

Brilla in tanto squallore l’elegantissimo baro Giuseppi, intento in un frullar di carte a spennare i suoi polli al tavolo da gioco, sempre pronto a cambiar città non appena l’aria comincia a farsi pesante. Tra le sue vittime predilette c’è Di Battista, avventuriero spaccone e senza fissa dimora, sempre pronto a giocarsi quel poco che possiede e regolarmente destinato a perdere. 

Fortuna vuole che a vegliare su tutto e su tutti ci sia il paziente e coraggioso sceriffo Draghi, terrore dei criminali, per l’elezione del quale particolarmente a suo tempo si spese l’anziano Mattarella: ricco proprietario di ranch che, per la sua equità e matura saggezza, gode del rispetto dell’intera popolazione.  

È grazie ad essi che il villaggio ha saputo resistere alla minaccia delle numerose tribù indiane che abitano le riserve circostanti, sebbene ridottesi assai  di numero: come gli urlanti Landinis, sempre sul piede di guerra, o i meno temibili Fratojannis, o i sanguinari Paragones.

Poca roba, rispetto ai selvaggi Putinieris che rullano i tamburi minacciando le ricche terre del Nordest. 

La vita scorre tutto sommato tranquilla, tra i verdi pascoli di Chitory Mountain.



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